Umberto

di Luigi Castaldi “Malvino”

1. Odiavo Umberto con tutte le mie forze, con ogni milligrammo di me stesso. Ed era un odio sano, pulito, potente, come di quelli di cui non si è più capaci ai nostri giorni. Oh, questi poveri giorni nostri! A stento ira o disprezzo, e per odio ridanno un che di indecente e meschino. Che fine avranno fatto quegli stupendi rancori che sbocciavano in petto ai nostri padri, nobili come tutte le cose inutili e lirici come tutte quelle necessarie?
Io odiavo Umberto dal più profondo del mio essere, e quel sentimento non infangava me né lui. Nessuna contingenza corrompeva la purezza di quell’odio. Lo so, chi ha conosciuto me e Umberto – il professor Umberto De Nigris – vi racconterà delle continue umiliazioni da me subite, della rivalità professionale, della moglie che mi rubò. Ma qualcuno ha detto che chi ci è troppo vicino non riesce a vederci bene. E deve essere così, perché questi al più sarebbero motivi di risentimento, che, so bene, voi chiamereste odio, ma solo se non sapete cosa è veramente, l’odio. In verità, era scritto prima di tutti i secoli che io odiassi Umberto, ben prima che rovinasse la mia carriera e il mio matrimonio. E se non fossimo nati, io e Umberto, staremmo ora in qualche iperuranio a sgozzarci coi cocci di bottiglia.
Conoscevo Umberto dai tempi dell’università. Eravamo colleghi di corso, entrambi tra i più brillanti, entrambi con la mania della virologia, entrambi determinati a mietere quei successi che, da giovani, non si sa mai se sia elegante e onesto desiderare. Eravamo amici a quei tempi, così solevamo dirci, ma a ben vedere qualcosa di sbraitante ci metteva l’uno contro l’altro, muti, irreparabilmente contegnosi in quella che le cose svelarono finzione. Qualcosa di grande, mostruoso, stupendo, andava crescendo.
Sto scrivendo queste pagine perché penso che sia giusto siano lette, tra qualche giorno. Non mi si fraintenda, voglio solo che si sappia perché me ne sto morendo, che si sappia chi ero, e chi era Umberto. È inutile che io scriva di questi ultimi vent’anni. Il mondo intero sa che quel posto di direttore dell’istituto spettava a me, il mondo intero sa che fu lui a farmi odiare dai miei figli.

2. Da due anni ci interessavamo di oncogeni, quei terribili pezzettini di acido nucleico capaci di impartire ordini folli ad una cellula, costringendola a tradire il suo programma, a sabotare le architetture. Tutti i risultati del nostro istituto sono noti, rimando alla letteratura.
Tutti i risultati, dicevo, ma fino a febbraio. Quello che ho scoperto io, il 2 marzo, lo saprà solo chi leggerà queste righe, perché l’ho tenuto nascosto a tutti, e non senza una ragione.
Di tutto il programma di ricerche Umberto mi aveva affidato ovviamente la parte più insignificante, lo studio dei ricombinanti genici, che sarebbero… Ma non è il caso di annoiarvi, non è nemmeno necessario, per continuare.
Un giorno uno dei miei assistenti, Federico, per un banale errore nell’ibridizzazione segmentaria del sito BNN-44, ottenne una sequenza senza capo né coda e, scusandosene, me la mostrò su un foglio. Sentivo qualcosa di familiare in quello sproposito, come una poesia infernale.
Non chiedetemi il perché, non lo so neppure io perché lo feci. Decisi di sintetizzare quella catena di basi nucleiche, costruii un capside proteico e creai un virus. Lo so, un virus non è materia vivente, questo ci ha insegnato la biologia classica, ma io mi sentivo un creatore lo stesso, una specie di ributtante demonio seduto in cima al mondo, intento a dar vita all’atroce, come capita a qualsiasi stipendiato del diavolo.
Che farne, di quel virus, se non iniettarlo ad una cavia? Dopo solo quarantott’ore… mio dio, quasi impazzivo! Sul corpo della bestiola s’erano aperte ulcere, molli fiori marci. Ad ogni suo doloroso passetto nello stabulario sentivo un crepitio di carni slaminate e da quelle ulcere vedevo colar via un denso liquame che subito rapprendeva il pelo attorno. Rimasi incantato davanti a quello spettacolo per ore. Vi risparmio i dettagli. Buttai via tutto, foglio, provette, cavia, ogni prova, nell’inceneritore. Di tutto quell’incubo mi restò in mano solo uno spillo di cui avevo intinto la punta nella coltura virale. Quell’inezia era un’arma micidiale, irripetibile. Mi sembrava d’avere dentro una gioia irrefrenabile. Voi già sapete chi avevo intenzione di pungere con quello spillo, vero? Aspettai che la goccia s’asciugasse sulla punta d’acciaio e riposi delicatamente lo spillo tra le pagine di un libro. Stremato dai due giorni ininterrotti di lavoro, mi lasciai cadere su una poltrona del laboratorio.

3. Quante volte un’idea che sembrava averci dato e tolto la vita, per poi ridarcela e ritogliercela ancora e ancora, ci abbandona, senza lasciare un’ombra di sé, se non nella forma d’un rimpianto? Venne a svegliarmi Federico, portandomi i resoconti delle ricerche dell’ultimo mese. «Visto? – mi disse – Affidandoci i ricombinanti, quel coglione di Umberto pensava di tagliarci fuori dal lavoro, pensava di darci le briciole. Certo, c’è ancora da lavorarci parecchio, ma il nocciolo di tutto il problema degli oncogeni è nei ricombinanti. Eh, t’immagini come ci rimane, l’idiota, quando se ne accorge?». Sì, me lo immaginavo. E potete immaginare con quanta lena ci mettemmo al lavoro da quel giorno stesso.
Nel giro di due mesi avevamo in mano un lavoro da premio Nobel. C’era solo da metterlo nero su bianco e pubblicarlo in fretta, prima che Umberto se ne impadronisse come sempre, prendendosene il merito. Immaginavo già la sua faccia livida leggere su Oncology quel che scrivevo ora al mio tavolo. Questo fino a due ore fa. Due ore fa, prendendo dagli scaffali un libro che mi serviva per la bibliografia del lavoro che avevo appena concluso, mi sono punto con uno spillo. E sono trasalito.

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(marco manicardi)
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