Maestri

di Marco Bertoli

– Vieni qui. Ti insegno una cosa nuova.
Il maestro ha messo su i guantoni senza legarli. È in tuta e scarpette da ginnastica.
– Ora tu ti difendi e basta. Fai guardia e basta, hai capito? Non rispondi ai colpi, pari e schivi e incassi e basta, hai capito?
Sì che ho capito. Finalmente: è da principio che io lo volevo dire, di imparare una cosa per volta: prima a parare il colpo, poi a portarlo. È così che si studia qualunque cosa: se non lo so io. Tacevo per rispetto.

Alzo la guardia bella stretta e gli guardo, come bisogna fare, i piedi. Porta avanti il sinistro, quindi sta caricando il destro. Sono pronto.
Il gancio sinistro mi chiude subito l’occhio, vado indietro di un metro su un piede solo, poi saltello di lato per non farmi chiudere in angolo. Lui di destro mi appende un gancio al mento che mi sembra di prendere il colpo del coniglio. Riesco a star su perché non tira vento, richiudo la guardia come posso. Lui ci passa attraverso come se fosse la porta dell’ascensore con un montante che mi attacca tutto il cervello contro la tempia sinistra. Poi subito un’altra cosa che non capisco nemmeno cos’è ma fa male e vado giù in modo strano, perpendicolare, prima la metà sinistra di me, poi il resto. Per ultimo, da solo, esce il paradenti.

Lui mi rimette in piedi e mi dà la spugna. Mi asciugo e vedo la Sindone.
– L’hai capita la lezione?
Lo guardo con l’occhio superstite ma vedo poco perché ci cola sangue. Mi è partita anche l’arcata.
– Uhu?
– Non esiste ti difendi e basta, nella boxe. È una stronzata. È da stronzi anche solo crederci.
– Aha!
– Lascia perdere. Tu, con la boxe… fa’ qualcosa più tranquillo.
Inghiotto uno sputo che sembra un pezzo di fegato.
– Tipo? Monopoli, dama?
– Ecco: tipo.

Torno a casa con i denti molli, mi fan male perfino i capelli. Sono così abbattuto che vorrei dimenticare come mi chiamo.
Nel cortile Antony Tobaga, un filippino di dieci anni alto un metro, gioca con un Big Jim senza braccia.

Mi guardo in giro.

– Antony? Vieni qui. Ti insegno una cosa nuova.

[Jazz nel pomeriggio]

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(marco manicardi)
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