Non aveva neppure un nome

di Rossella Pavone “cappuccettoross”

Vorrei poter dire che fu in un pomeriggio caldo e con la città deserta intorno. Oppure freddo e pieno delle lucine del Natale.
La verità è che non ricordo assolutamente il quando e il come ma, quel pomeriggio, si frantumò il mio personale vaso di Pandora.
Quel pomeriggio ebbi la visione inequivocabile del torto che veniva inflitto agli uomini.
Perché sì, della morte avevo già avuto testimonianza. Per l’occasione capii pure che un pulcino preso al parco giochi, quello pieno di padri e figli di separati, un pulcino racchiuso in una bustina di plastica, come quelle per congelare le verdure tagliate, non avrebbe superato il tragitto in macchina che va dalle giostre alla casa.
Mio padre, separato, appunto, che aveva dunque una certa esperienza delle cose della vita, avrebbe pur dovuto saperlo di questa sgradevole evenienza, e ho sempre coltivato il sospetto che fosse proprio quello l’intento. Fatto sta che il pulcino, senza neppure ancora un nome perché non feci in tempo a decidermi, arrivò a casa a zampe all’aria e finì dritto al paradiso dei volatili (o in quello degli animali da cortile, non so come siano organizzati lì).
E fu invece più avanti negli anni, non molto più avanti a dire il vero, che incontrai qualcosa che mi spaventò di gran lunga di più di quanto avesse fatto la morte del piccolo pennuto.

Come la maggior parte dei miei coetanei la mia educazione è stata, spesso, integrata dalle tragedie (sì, vere e proprie tragedie) narrate dall’abbondante lista di cartoni animati che negli anni ottanta ci inondò.
Questi erano palesemente cartoni di genere. C’erano quelli da femmina. E c’erano quelli da maschio.
Ai maschietti andò bene: robot trasformisti, cavalieri impavidi, bestie feroci fedeli come cani, castelli enormi. Insomma, il male alla fine aveva sempre la peggio. E il bene, cioè il piccolo maschietto colmo d’intraprendenza davanti al televisore, aveva tutti gli onori e le feste del caso.
Alle femmine andò sicuramente peggio. Si è cercato di salvare il salvabile introducendo qua e là qualche potere magico e un paio di consolidate carriere da pop star. Ma che non avessimo i poteri noi femmine lo abbiam scoperto subito. Che il bene non vince sul male è qualcosa che hai il tempo di digerire con calma. E finché non finisci a zampe all’aria come il pulcino senza nome, il contrario è una speranza che un po’ continui a coltivare.
E poi c’erano le storie “vere”. Quelle in cui nessun braccialetto ti evitava rogne. Al massimo te ne aggiungeva perché, perdendolo, avevi perso l’unico pezzo della tua mai conosciuta madre.
Saghe di orfanelle disperate, ma col sorriso, per le quali la vita non aveva mai in serbo qualcosa di semplice.

Candy Candy che, poveretta, non aveva neppure un cognome e le ripetevano odiosamente il nome due volte per non farle mai dimenticare che fosse orfana e cresciuta alla Casa di Pony, è proprio una di quelle a cui la vita non ha regalato molto, se non un procione, una suora e un’amica lagnosa.
Il suo primo amore, il principe della collina, uno che coltivava rose, è fortemente ostacolato dall’invidiosa Iriza (che il suo di nome, se l’avessero ripetuto due volte, avrebbe recato anche più fastidio. Ma lei i genitori li aveva, ricchi). Il principe della collina chiaramente muore. Disarcionato dal cavallo durante una battuta di caccia. Vabbè, da grande son cose che fanno anche piacere.
La vita va avanti. E Candy Candy incontra finalmente il ragazzo dei suoi sogni. Capelli lunghi e suona l’armonica. Bello e maledetto, come da copione. Terence inizia a tirarle le trecce, la prende in giro, la stuzzica. Candy Candy non può far altro che innamorarsene perdutamente. Ma nulla può filar liscio per la piccola orfanella e inizia qui una girandola di avvenimenti che ostacolano, di nuovo, il grande amore.
Terence diventa attore. Candy Candy infermiera.
I due si inseguono per un po’ finché all’attrice, compagna di scena di Terence e di lui innamorata, non si frantuma una gamba nel tentativo di salvarlo da un pezzo di scenografia cadutagli addosso. Il che mette lui in una scomoda posizione e apre, al contempo, la voragine di prontezza al sacrificio della nostra crocerossina.
Sembra strano. Ma non avevo ancora capito.
Altro vortice di inseguimenti, incontri mancati, ritardi dei treni, pioggia, sconforto, lettere disperate.
E ancora non ne prendevo coscienza.
Poi l’ultima possibilità per i due infelici amanti. Iniziava a delinearsi qualcosa. Candy Candy torna alla Casa di Pony. E, incredibilmente, anche Terence trova la strada per quello strano non luogo. Sembra che finalmente le loro strade si stiano per incrociare. Finalmente l’amore trionferà. Proprio come con i robot. D’altra parte succede a loro, perché non dovrebbe succedere a un’innocente orfana infermiera che ha solo un procione al mondo?
Terence è già arrivato. Candy Candy sta arrivando. Ovviamente nevica per togliere visibilità. Per non rendere le cose troppo facili. Ecco che arriva, dai su corri piccola orfana. Corri. Ecco. È arrivata.
La scena la ricordo benissimo. Candy Candy è appoggiata a un albero (probabilmente, per rendere le cose più atroci e dolorose, è proprio l’albero sotto cui è stata trovata). Lei, l’orfana, ha corso fin lì, ha quasi il fiatone. In alto a sinistra, dietro l’albero, c’è una carrozza che si sta allontanando.
Dal retro della carrozza si vede chi si sta allontanando: Terence.
Lei non si volta, non vede chi c’è nella carrozza. E lui, così, senza un minimo di scrupolo, non dà un ultimo sguardo alla Casa di Pony che, sì, è un posto insignificante, ma l’occasione la meritava un’ultima sbirciatina.
Nulla. I due non si vedono. Per una frazione di secondo. E il loro grande amore finisce lì.

Quell’indefinibile pomeriggio si presentò a me, piccola orfana della fiducia nella buona sorte, il terrore puro della sorte. Di quella cattiva.

La cosa peggiore poi è che alla fine lei si innamora di suo zio.

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...