We All Live In A Jella Submarine

di Fabrizio Gabrielli

M’hanno battezzato Teofilo dando per assunto che ci stessimo simpatici a pelle e incondizionatamente, io e il padreterno.
Mentr’invece (anche se ha cominciato lui) non ci possiamo subire.
Come si sia generata questa reciproca incompatibilità è ciò che cercherò di spiegarvi.
Dovete sapere che io c’ho
il fascino.
Parole, radici, origini: mi piacciono. Ci scapoccio sopra. E mia madre si dispera.
Non potevi diventare avvocato?, mi rimprovera.
All’altissimo e alle genti non garbo più di tanto, è vero, ma so una cosa che
nessuno sa. Perché conosco il meroitico, io, a menadito, come pochi al mondo, e crediate mica sia una fortuna. Ho la sfiga di sapere con cognizione di causa che nelle parole
bejawu e bejawuram, lemmi serpeggianti, s’annida un grumo pulsante di vipere che a guardarle negli occhi la visione del mondo che v’è sempre sembrata inappuntabile, da quando saprete cosa significano bejawu e bejawuram, ecco, si disfarrà.
State a sentire.

Teofilo sono io, anche se non me lo sono scelto. E a leggere più in là di queste venti righe lo sai mica, cosa può succedere.
Sono laureato in linguistica. Tesi sulle lingue cuscitiche: Il concetto di fortuna nel meroitico, il titolo. Fa ridere, vero?
Lo raccontavo qualche tempo fa ad un tizio che scrive su Donna sofisticata, una rivista patinata tutta al femminile di luxury lifestyle e tuning, ne so assai del meroitico, gli ho confidato, e lui: ha riso. Credevo fosse finita lì, ed invece devo essergli risultato simpatico. Stiamo progettando, io e certi miei amici, mi ha detto, una raccolta di racconti e ragionamenti che parlano della fortuna. L’intenzione è quella di leggerli pubblicamente, se Dio vuole, in una delle serate d’un festival dedicato – matupènsa – alla Fortuna.
Io so una cosa che credo di conoscere solo io sui concetti di sorte e malasorte nel meroitico, una lingua cuscitica, una lingua che non si muove più da un bel pezzo, ho preso allora coraggio, e questo tipo m’ha suggerito di espettorarle, le mie sapienze, ne sarebbero stati contenti in molti.
Non credevo fosse così semplice partecipare a certe rassegne, non immaginavo bastasse espettorare, credevo ci volesse autorevolezza, ed invece scoprivo che certe volte, per esser dentro, basta solo scambiarsi due parole sfuggevoli con il primo che passa e trac, ti ci ritrovi mani e piedi. Ero tutto contento, seriamente.
Avrei iniziato dicendo M’hanno battezzato Teofilo dando per assunto che ci stessimo simpatici a pelle ed incondizionatamente, io e il padreterno.
Mentr’invece (anche se ha cominciato lui) non ci possiamo subire.
Certo prendendola un po’ alla larga. Però poi l’avrei gettato, l’amo, ho la sfiga di sapere con cognizione di causa che nelle parole meroitiche bejawu e bejawuram, lemmi serpeggianti, s’annida un grumo pulsante di vipere che a guardarle negli occhi la visione del mondo che v’è sempre sembrata inappuntabile, da quando saprete cosa significano bejawu e bejawuram, ecco, si disfarrà.
Finisce che quel ragionamento lo porto a compimento, lo correggo una dieci mille volte, assesto il tiro, mi modello sull’auditorio, studio escamottaggi prossèmici e retorici.
Il giorno del festival mi presento tutto in ghingheri, ci conosciamo di persona con il giornalista di Donna sofisticata, sorrisi e sigaretti, cosa prendi? prendo un ferné. C’è un sole pieno, nella città d’arte.
Si inizia, buonasera a tutti, il primo a leggere sono io, Teofilo. Applausi d’incoraggiamento.
Quella città d’arte è famosa perché in estate, eravamo in estate, non piove neppure se importuni Dio, che io e Dio dovremmo starci simpatici, poi.
Eppure tutt’un tratto è nubescenza tonitruante, arrivo a dire State a sentire e senza avvisaglia alcuna mi piove tutto il cielo.
Tra il pubblico è il parapiglia, nessuno rimane dov’è, tutti a cercar riparo sotto i portici. Qualcuno fa in tempo a comprare pure la raccolta. Qualcun altro, dopo aver osservato l’indice e notato che l’apertura è di Teofilo, dice: anche no, grazie. Evvabbè, ci diciamo, evvabbè, sarà per la prossima, ce lo giuriamo, buona fortuna per tutto, allora, ci diciamo. Il giornalista di Donna sofisticata porta una mano alla tasca. Nonscialante.

È stato un vero peccato, doverla interrompere così, quella lettura.
Subito dopo le prime venti righe, infatti, veniva il bello. È lì che metto bene in chiaro che fortuna, in latino, significa semplicemente “la sorte”: non buona, non cattiva, semplicemente sorte, destino.
Dire “buona fortuna”, quindi, spiego poi, a darsene bene di conto significa augurarci che la sorte sia clemente, e se è vero come è vero che a “fortuna” noialtri affibbiamo l’accezione di “buona sorte”, di fatto ogni volta ci troviamo ad augurare “buona buona sorte”, ch’è un po’ ridondante, un po’ tautologico, come dire “grida uno strillo”, non ha molto senso.
A proposito di ròbe che non hanno senso: in inglese c’è un eufemismo, una buona circonlocuzione ch’è pure discretamente buffa, sembra un nonsense. Lo sfortunato è, infatti, un tizio con un lack of luck, come se noialtri dicessimo che il destro è un tipo a cui manca la manca – già sento qualche risolino in sala, ad immaginarmi ritto di fronte agli ascoltatori mentre lo leggo.

Arriva la seconda circostanza in cui posso testare se effettivamente dire manca la manca suscita simpatia.
C’è un ristodiscosalottoletterario che organizza cene, concerti e reading. Il posto si chiama Lo scalogno d’oro. Lo scalogno è un tubero che somiglia all’aglio, nel medioevo pensavano portasse male e infatti è di lì che viene scarogna. Il gestore, che non è un tipo superstizioso, organizza una lettura pubblica e la intitola Che sfortuna essere fortunati.
Nel locale c’è legno, legno ovunque. Decido d’amblé di aggiungere due righe al testo, due righe sul fatto che da certe parti, anziché toccar ferro per mettere in fuga la malasorte, si usi toccare legno. Perché, vi chiedete?
State a sentire.
Mi ci starebbero pure, a sentire. Se non fosse che la lettrice (quel giorno avevo mal di gola, lo leggo io, s’era proposta una signorina) comincia ad impappinarsi, non riesce ad andare avanti. Scusate, è che non riesco ad andare avanti, si scusa. Dopodiché, s’ammutolisce.
M’avrebbe inviato una mail tutta costernata qualche settimana dopo, facendo ancora ammenda e assicurandomi che ora però stava meglio, anzi doveva proprio scappare che aveva le prove col gruppo, e prima di sparire mi lanciava un bacio molto rocchenrolle. Subito sotto metteva pure questo simbolo, \m/, che m’han spiegato poi, tra i giovani, è il simbolo delle corna.
A Pamplona, durante la Feria de San Firmìn, quando le corna del toro arrivano a pizzicarti il culo vuol dire che la fortuna t’ha smollato, e fai meglio a correre. Per questo gl’ispagnoli usano anche mala pata: se la gamba ti fa male o non ti funziona come dovrebbe sei un grande sfigato, c’è poco da essere allegri.

La terza volta che ci sarebbe da leggere il mio saggio ho litigato di già col padreterno, anche se ho un nome che suggerisce amalo che t’amerà: ho realizzato (m’hanno convinto) d’avere il fascino, e Dio non è che m’aiuti più di tanto: ho come l’impressione che al contrario tutto mi sia avverso, lui capintesta.
Iniziano a darmi dello iettatore, dell’uccello del malaugurio.
Si organizza una presentazione dell’antologia a Napoli, ed io non sarò della partita. Comprenderai, m’hanno scritto, a Napoli, nemmeno per ischerzo.
E infatti è andata gran bene, dall’inizio alla fine, nessun intoppo. È pure intervenuto a sorpresa il sindaco, elargendo come dono a tutti i partecipanti un bel corno rosso.

La quarta volta che c’è da leggere, si diceva, la terza alla quale m’invitano, decido il titolo definitivo della mia storia.
Il posto si chiama The Cave ed è un museo di memorabilia sui Beatles: noialtri interveniamo come appendice ad una serata intitolata La sfortuna di Ringo Starr.
C’è chi è venuto per cantare Help e chi per dire io c’ero.
Il coordinatore, per mio scuorno, indossa un cappello da vichingo facendosi beffa delle mie particolari predisposizioni a.
Va un po’ meglio, ma poco: riesco anche a dire che figa, in portoghese, e che resti tra noi, sta per fortuna.

Ci siete mai stati, voialtri, a Salvador de Bahia? Se sì, saprete cos’è una “figa brasile ira”. E i tanga non c’entrano. Quel simulacro di legno, quel pugno chiuso che è lo stesso gesto che l’Alighieri attribuisce a Vanni Fucci quando dice “Tié, Dio, queste sono per te!”, dicono porti fortuna. Perché tutto sommato la figa porta (e piglia) bene, con tutto il rispetto per le signorine in sala, ho pure detto, mentre è quando non c’è (qua ho alzato lo sguardo, cercato facce attraenti nelle prime file, non ne ho trovate, allora ho agitato il palmo della mano fendendo l’aria come la stessi tagliando con un coltello), allora sì che siamo sfigati, ho detto.
Sembra possa funzionare, ed invece.
La proprietaria del The Cave la spengono con gl’estintori. Non si accende una sigaretta lasciata a metà se indossi ciglia finte lunghe cinque centimetri.
Non se sei una tipo focosa. Così facilmente infiammabile.

Insomma, un po’ Principe di Ventignano un po’ Paul D’Aspremont continuo a girovagare. Ora qualcuno piglia fuoco, or’altro crolla un’impalcatura, e a me tocca interrompermi sempre sul più bello. Quando poi basterebbero due righe per arrivarci, al vero scioccante fulcro narrativo. Alla curiosità brillante.
Dovete sapere, state a sentire, che in meroitico sfortuna si dice bejawu; mentre fortuna, al contrario, è bejawuram.
Nella lingua meroitica il suffisso -ram è innegabilmente, dalla notte dei tempi, un suffisso con valore privativo: chi è dunque il fortunato?
Colui che non ha sfortuna.
Una bella rivoluzione copernicana, non vi sembra?
Ma non è abbastanza: con sicumena vi svelo pure, me ne concediate la possibilità, che bejawu è anche il nome di un mostro della mitologia di questo popolo cuscitico, un mostro acquatico, un mostro giallo spuntato un bel giorno dal Nilo per seminare morte, carestie e distruzione nelle fertili terre di Meroë.
Un mostro che si chiama sfortuna.

Vi piacerebbe saperla tutta, nevvè?
Ecco, lasciatemi raccontare.
La mia storia s’intitola We all live in a jella submarine, e inizia così:
M’hanno battezzato Teofilo dando per assunto che ci stessimo simpatici a pelle ed incondizionatamente, io e il padreterno.
Mentr’invece (anche se ha cominciato lui) non ci possiamo subire.
Perché vedete, dovete sapere che io c’ho
il fascino.

Vediamo cosa altro può succedere, ora.

[L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso]

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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