Dialogo tra due facce di una Minerva

di Cristiano Micucci “Mix”

– Finalmente!
– Era ora.
– Che splendida sensazione.
– L’avevo dimenticata.
– Il vortice d’aria.
– Il mondo che gira tutt’attorno.
– Gli sguardi.
– Il volo!
– Già, il volo…
– Quant’è che non si volava, noi due.
– Un’enormità.
– L’ultima volta, 1979.
– Nel ’79, addirittura?
– Novembre ’79.
– Con chi eravamo?
– Con l’operaio di Terni, Pietro.
– Giusto! Ci fece volare per il colore della bicicletta.
– Rosso o blu, per la precisione. Io ero rosso.
– E toccò a te.
– Sì.
– M’era simpatico Pietro, un tipo a posto.
– Peccato ci dimenticasse spesso nelle tasche dei pantaloni.
– Aveva la testa altrove, per certe cose, ma almeno non c’ha chiuso in un salvadanaio.
– Non dire queste cose, ti prego. Non nominarle.
– Sarai mica superstiziosa?
– Ma ti pare. È che non ho ancora superato il trauma.
– … i Corelli.
– Chiusa in quella schifosa prigione di coccio per dodici anni. Schiacciata sul fondo da tutte le altre.
– Almeno avevamo compagnia.
– Scherza, scherza.
– Cerco di sdrammatizzare. Me lo ricordo fin troppo bene…
– Dodic’anni, dannati risparmiatori! E per comprare cosa? il televisore.
– Potevamo essere spesa meglio.
– Preferirei essere rifusa che tornare in una di quelle soffocanti prigioni.
– Non c’è pericolo, sono cambiati i tempi, non si risparmia più.
– Magnifico! Adoro gli spendaccioni.
– …
– …
– Gran bel volo. Lancio alto, convinto. Devono tenerci.
– Hai mica capito cosa decidono?
– No. Mi sono deconcentrata. Sai, l’estasi del volo.
– Godiamocelo infatti.
– … però mi pare ci sia un mucchio di gente.
– Mh, in volo faccio sempre fatica a mettere a fuoco.
– Anch’io, però sento una folla di voci.
– … per caso anche tu vedi dei lampi?
– Sì. Non chiedermi di che si tratta.
– Basta che li vedi. Iniziavo a preoccuparmi.
– …
– …
– Lo sai sì che io esco più spesso di te.
– In che senso?
– Nei voli, atterro in alto più spesso di te.
– Baggianate. Lo sanno tutti che siamo alla pari.
– E invece no. Ci sono stati degli studi, sai…
– Degli studi tuoi?
– Non miei. Di eminenti scienziati. Matematici, fisici, quelle robe lì.
– Dove li avresti visti te questi studi?
– Non li ho visti, ho sentito che se ne parlava.
– Certo, come no? Magari al mercato.
– No, ne ho sentito parlare da uno che ne sapeva.
– Sarebbe?
– Ti ricordi quando eravamo di quel professore di statistica?
– Proprio no.
– Su, dai, il tizio con la barba e gli occhiali.
– Bah, siamo stata di così tanti.
– Eravamo a Bologna.
– Che anno?
– Tre, massimo quattro anni fa.
– Parli del tizio che fumava quei maledetti sigari?
– Esatto.
– Ho ancora la puzza addosso. E allora?
– Quando ci ha lasciato sul bancone del bar per pagare il caffè stava parlando con un altro tizio, un professore forse, di questi studi qui.
– Non ne so niente, forse ero girata dall’altra parte. Ne sei certa?
– Assolutamente.
– A me pare strano.
– Ci sono rimasta male anch’io.
– Boh.
– Li vedi ancora i lampi?
– Sì.
– Bene.
– …
– …
– È di certo un’occasione importante.
– Quando mai non lo è, per loro?
– Anche questo è vero.
– Si credono sempre così importanti.
– A volte però devono prendere decisioni difficili.
– Difficili per loro.
– Lascia stare noi, che è un’altra storia.
– Va bene, ci sono decisioni difficili, siamo d’accordo. È proprio questo che non capisco: come gli passa per la testa di lasciar decidere a noi?
– Non siamo mica noi a decidere. Come potremmo? È ridicolo.
– Esattamente quello che ti sto dicendo: è ridicolo!
– …
– …
– L’abbiamo posta nei termini sbagliati.
– Cioè?
– Sono loro a decidere, però tramite noi.
– Mi prendi in giro?
– No, perché?
– Sai benissimo che loro si affidano a noi.
– Non si affidano a noi, si affidano alla fortuna.
– Ecco dove sbagli! Fortuna o sfortuna è come loro giudicano il nostro risultato, è come vanno a finire le cose che iniziano alla fine del nostro volo.
– …
– Mi sono incasinata eh?
– Sì.
– Ma hai capito cosa intendo?
– Credo di sì. A dirla tutta non è che mi interessi granché.
– Be’, certo, non son cose da perderci il sonno. È un problema loro, noi ci s’accontenta di volare, ogni tanto.
– Uh, stiamo per atterrare.
– Mi preparo.
– Ti prepari?!
– Ahahah! Ci caschi sempre!
– Brutta…
– Ci siamo quasi.
– Ecco che arriviamo.
– …
– Croce!
– …
– Non mi fai i complimenti?
– Ma quali complimenti e complimenti. Piuttosto, dai un’occhiata in giro, che io qui sotto sono al buio. Cerca di capire cosa ci facciamo qui, e anche dov’è, il qui.
– Dammi un attimo.
– Pensi di impiegarci tanto?
– Aspetta che c’è una gran confusione…
– …
– Non ci crederesti mai.
– Dimmi, su.
– Darei oro per vedere la tua faccia.
– Ma che diavolo aspetti? Racconta!
– Siamo in mezzo a un campo di calcio. Lo stadio è gigantesco, strapieno di gente. È un vero delirio.
– No, ti prego, non dirmi che ci hanno usato per scegliere…
– Palla o campo.

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(marco manicardi)
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5 risposte a Dialogo tra due facce di una Minerva

  1. Alessandro Forlani ha detto:

    Fottutamente leopardiano! ;-)

  2. Silas Flannery ha detto:

    Oh, Mix è bravo.

    Giusto a titolo di curiosità: qual è il lato che vince?

  3. Mix ha detto:

    Pensavo ci fosse scritto :)

  4. Silas Flannery ha detto:

    In effetti sì, e rileggendo il mio commento posso dire che me lo ricordavo a memoria.

    Provo a interpretare un commento di quasi due mesi fa: probabilmente volevo chiedere quale sia la faccia che tende a vincere, non quella che ha vinto nel tuo racconto.

  5. Silas Flannery ha detto:

    (Per chiarezza, e per non trovarmi richieste di interpretazione fra un paio di mesi: quando dico “me lo ricordavo a memoria” mi riferisco al fatto che a memoria ricordavo che nel racconto vince croce)

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