senza titolo

di Gaia Tarini “polaroidiuntuffo”

Mia nonna ieri ha detto a mio nonno: Senti, vogliamo fare una cosa? Vogliamo prenderci un sacco di pillole e morire?

Era cominciato con le stesse parole, quel mercoledì di gennaio, e fuori non si sa se c’era la neve o c’era il sole – perché negli anni, a me, l’hanno raccontata in mille modi diversi, e per ogni modo devi rispettare la versione di chi te lo racconta e annuire e non essere irrispettosa con i ricordi degli altri. (Nel mio ricordo ci sono sia la neve che il sole e la neve si specchia nel sole come se non dovessero esserci mai più inverni del genere, col vento che spazzava via dalle porte tutti i rimasugli della vita vecchia e nuova).

Se penso alle cose che mi sono successe, poi, mi pare buffo e devo mettermi la mano davanti alla bocca per non ridere in pubblico; mia nonna mi odia perché il giorno che sono nata lei e nonno volevano ammazzarsi, ma poi sono arrivata io. E mi hanno detto che dietro la porta dove stava mia madre, con le braccia alzate al cielo come una madonna per supplicare l’infermiera, c’era mia nonna che fumava una delle sue sigarette fini e lunghissime dicendo: Che sfortuna, che sfortuna, questa figlia nata proprio oggi.
Mio padre quando sono nata ha detto che ero brutta.

Mia madre invece aveva ventinove anni, ventinove mila lire nel portafogli, ventinove tipi di scarpe diverse. Poi sono diminuite, le scarpe, perché quando arriva un bambino le spese si restringono come i vestiti e si porta via tutto e bisogna fare i libretti di risparmio. La mia vita mi fa ridere perché è un libretto di risparmio: quasi vuota e inaccessibile, come quel giorno di gennaio.

La madre di mio padre, il giorno che sono nata, non è venuta all’ospedale. Io sono la figlia del peccato di un matrimonio non celebrato e silenzioso, sono la figlia della strega che ha fatto smarrire il cacciatore nel bosco – di figlia ce n’era già una, e al sud si usa ancora la parola sfortuna, e mi sarebbe piaciuto nascere di diciassette o essere un gatto nero, e ballare il sabba sull’ombelico con la sveglia all’infuori di mamma. Essere un diavolo, e bruciare viva.

Ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta e il sacchetto era la tua pancia, e la sfortuna siamo noi che corriamo dentro una Panda del 1997 in preda allo sgomento perché forse il cane ci morirà, ci morirà tra le braccia. Le pensiamo tutte, le pensiamo. Nessuno ha pensato al concime lasciato casualmente per terra. Ma se quel giorno non fossimo andati a funghi se quel giorno non ti avessi preso i capelli della nuca dentro il pugno della mano come per dirti che già ti amavo, se quel giorno non avessi risposto al mio bacio, come si deve fare coi baci, perché i baci non rispondono – se fossi nata gatto, o diavolo, o lombrico, se avessi ballato sopra la sveglia del tuo ombelico – dici che avremmo resistito? Dici che avremmo affrontato l’inverno e guadato il fiume come avevi promesso? Dici che avremmo – vintoalsuperenalotto?
Io sono dieci anni, ormai, che gioco. Mai vinto una volta.

Se c’è un segreto tra i tuoi capelli, ci sarà dappertutto. Io credo che c’è un segreto dentro tutte le case, dentro tutte le famiglie, tra la gente, le persone, più o meno scomposte. Sicuramente dentro casa mia. Una casa piena di uomini e di bestie coi loro disparati modi di soffrire e di lasciarsi dietro la fortuna, che si è trasferita molto molto lontana da qui. E che sfortuna e che peccato che queste scarpine gialle non ti stiano più bene – di pianta di piede prima portavi il ventisette e adesso sembri un albero con le radici, per rimanere in tema di botanica, potremmo chiuderti in una serra e buttare via la chiave.
La sventura è il contrario dell’avventura, e sei stato avventato e con aria preoccupata ti chiedo “che, per caso, mi sei venuto dentro?” e tu con aria seria annuisci e non sai (come potresti?) che questa notte, davanti allo specchio del bagno, ho sorriso pensando al ginecologo vestito di bianco che ogni tanto mi viene a trovare nei sogni e mi chiede con la faccia appuntita: allora, signora, la togliamo questa spirale?
Io signora non ci sarò mai, nessuno mi ha mai sposato. La sventura è l’esatto contrario dell’avventura e adesso c’è una bambina piccola che sissignore vuole per forza aprire le finestre proibite del calendario dell’avvento, e minestrina bollente da stiepidire contro le labbra e tu che ti tuffi contro questa storia e arrivi a casa a notte fonda con una valigia e i calzini ancora in mano dicendo che chiederai il divorzio, che ti dispiace d’avermi tradito, che è stata una svista (ma tu non hai mai portato gli occhiali). E dentro ogni casa c’è un segreto, e questa bambina che mi cresce dentro ancora non sa delle domeniche a pranzo da tua madre, delle domeniche con la pancia scoperta a farmi benedire, e della lista dei nomi bandita, delle pire piene di legna e olio che arderanno per me, di tutti questi compleanni bastardi e della foga dei nostri trent’anni – quasi quasi questa bambina che arriva la voglio chiamare Gaia, così non porta male.

[polaroidiuntuffo]

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(marco manicardi)
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