La sfortunata storia di Román Ramírez

di Matteo Ferretti “Cosimo Frittere”

Povero Román. La miccia di paglia si consumava in fretta, brulicando, e lui non poteva farci un bel niente, non poteva spegnerla con una patada e poi guardare il fumo salire dalla suola degli stivali, come avrebbe fatto un tempo, quand’era un uomo libero. Quando era nella sierra e vedeva i rovi prendere fuoco all’improvviso, capita così nella sierra, non ci pensava due volte e schiacciava i tizzoni sotto gli stivali. Poi proseguiva lungo quei sentieri imbiancati che mettevano l’arsura nella bocca dei viandanti, diretto dovunque ci fosse un pubblico disposto ad ascoltare le gesta di Amadis di Gaula, di Splandiano, di Amadis di Grecia, di Olivante di Laura, di Florismarte di Ircania, di Palmerino d’Oliva. I nomi di quegli antichi cavalieri, poteva elencarli per ore. Una volta si era esibito anche per sua maestà, Felipe II, un pomeriggio, nel giardino dell’Escorial, mentre il pubblico si appisolava o pomiciava all’ombra degli alberi.

Il fuoco era arrivato alla catasta dei rami: i rami della chaparra secolare, la memoria della mancha; i rami del quejigo, il povero albero che sfama i maiali. Attorno a Deza, dov’era nato, nella piana detta del basto, per la forma della collina, giallastra, che si vedeva dal villaggio, cresceva anche l’alcornoque, pelato stagionalmente per il suo sughero. E crescevano arbusti come il boy, buono per i flauti, le purghe e la birra e la brecina mellifera. Cantueso, coscoja, lantana, madroño, retama, sabina rastrera. Poteva elencarli per ore. Era stato suo padre ad insegnargli così: che se voleva fare il cantastorie, doveva prima imparare i nomi di tutte le cose. E così aveva fatto ed era diventato un cantastorie per davvero, il più grande di tutti. Román Ramírez da Deza, figlio di Anton Ramírez, nipote di Juan de Luna, cantastorie e curanderos da tre generazioni.

La pira costruita nella piazza di Soria, il grande nido, com’era sembrato a Román mentre lo legavano al palo, cominciava ad ondeggiare e a contorcersi sotto le fiamme. Ad ogni respiro inghiottiva calore e fumo, tossiva come un dannato, tossiva piano piano tutta la vita, ma aveva il coraggio di trattenere un ricordo. Di lui nella casa di Don Francisco, il suo primo mecenate. Si era esibito tutto l’inverno, nella sala del camino grande, ogni sera lo stesso spettacolo. Un criado consegnava agli invitati carta e penna. Ognuno doveva scrivere qualcosa, inventando o ricopiando, non importava. Una lettera, un sonetto, una stanza, una filastrocca. Poi il criado raccoglieva i fogli e glieli consegnava e lui, in un minuto, mandava tutto a memoria e ripeteva, davanti a quelle facce sbalordite, la lettera, il sonetto, la stanza, la filastrocca. Ricordava che quando tutti se n’erano andati, si sedeva solo davanti alla bocca del camino e bruciava, uno dopo l’altro, i fogli, li guardava dileguarsi e con sollievo dimenticava quello che non meritava di essere ricordato.

E di te chi si ricorderà Román, dopo che il fuoco avrà fatto il suo lavoro? Qualcuno che deciderà di menzionare questo giorno del 1595 nelle sue memorie. E più tardi qualcuno che scoprirà un manoscritto del secolo sedicesimo e lo darà alle stampe. E poi qualcuno che ritroverà un incunabolo raro, lo sfoglierà e noterà quella memoria del 1595 e ci scriverà sopra un articolo. E poi qualcuno che leggerà un articolo, in una vecchia rivista erudita, e starà scrivendo un libro e gli sembrerà che quel Román Ramírez, citato in nota, sia un personaggio tragico, grandioso e tragico, e lo inserirà nel libro chiamandolo ‘l’ultimo giullare dell’Occidente’. Sì, andrà così, pensava Román, mentre scopriva che sul rogo si muore male, soffocati dal fumo e macinati pubblicamente dalla mola del calore.

L’ultima volta che si era esibito aveva con sé un libro particolarmente voluminoso e un leggio portatile fatto a treppiede, in legno, di sua invenzione. Era arrivato a Soria di mattina presto, un giorno di festa, e si era installato sul sagrato. Aveva aperto il libro e aveva cominciato a recitare, verso dopo verso, un romanzo che si intitolava Florisdoro de Grecia, che Don Pedro Ramírez gli aveva commissionato per la considerevole cifra di 300 reales. Terminò che era già passata da un pezzo l’ora dell’almuerzo, ma era rimasta comunque una piccola folla, sotto il sole esatto della mancha, a sentire la fine delle avventure di Florisdoro. Allora, tra gli applausi, aveva mostrato a tutti l’interno del libro che stava sul leggio: centinaia di pagine bianche e migliaia di righe vuote. Tutto quel romanzo che aveva recitato, semplicemente non esisteva. E a qualcuno, per l’effetto del caldo o della fame, sembrò che quella fosse una vera diavoleria e lo disse al cura che scrisse una nota all’inquisitore generale Niño de Guevara che ordinò di detenere il cantastorie Román Ramírez con l’accusa di stregoneria. E così era cominciata la sua sfortuna.

Povero Román. Il calore bestiale, seguito dalle fiamme bestiali, si accaparravano a spintoni il suo posto in questo mondo e lo mandavano all’aria come se importasse poco, a loro, dell’ultimo giullare dell’Occidente, mentre lui, proprio ora e senza sapere come, rivedeva il giorno in cui era nato. Vedeva il padre che si affrettava a chiudere gli scuri della finestra, in modo che quella famiglia di moriscos, pazza di gioia, potesse ringraziare Allah senza il timore di una denuncia. Quelli erano stati i primi versi che aveva mai sentito, detti sottovoce. E pensò che era proprio un peccato che nessun cantastorie ci avesse pensato, a recitare un romance in arabo, che è la lingua più bella di tutte, ma forse lui avrebbe potuto. E cominciò. E che il fuoco lo divorasse, mentre recitava, e che il rombo del fuoco coprisse le sue parole, fu una sfortuna anche per noi. Forse più per noi che per il cantastorie. Che lui se n’è andato portandosi quei versi fra i denti e noi siamo rimasti con un pugno di cenere.

[Barabba]

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(marco manicardi)
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