Ognuno è artefice della propria fortuna

di Mariangela Vaglio “Galatea”

Era un uomo fortunato, Carlo. Così fortunato che le cose gli si incastravano senza che lui muovesse nemmeno un dito. Come quella volta con Sonia. Che era arrivata alla festa con Alberto. Quando mai avrebbe potuto conoscerla, Sonia? Ambienti diversi, nulla in comune. Solo l’Alberto, che era il suo migliore amico e aveva portato alla festa Sonia, dopo averla conosciuta in spiaggia, due settimane prima. Gran sventola, la Sonia. Ecco, quella volta lì, fortuna. Era bastato uno sguardo. E via, la Sonia se l’era presa lui, mentre l’Alberto rimaneva là come un pampalugo a non capire perché. Che poi la Sonia aveva scoperto che era piena di soldi. E, figlia unica e rimasta sola, l’aveva nominato subito amministratore dell’azienda di famiglia, lui, che manco un diploma alla scuola serale era riuscito a prendere, mai.
Era così che era partito, con una botta di fortuna, perché la Sonia aveva i soldi e s’era innamorata di lui, ma innamorata persa. E poi, altra fortuna, capiva niente di conti, la Sonia. Aveva i suoi interessi, la casa, i vestiti, e poi anche i bambini, quando erano venuti. Ma guardare le carte, no: le dicevi “Firma, è così.” E lei ti credeva e firmava senza fare domande. Una donna che chi la trova si fa ricco, pensava Carlo. Di fatti lui ricco si era fatto, perché, firma una delega qua, firma una delega là, la Sonia i soldi li aveva passati tutti a lui. Che, avendo la fortuna di conoscere il Giangiulio, che era un bravo commercialista, di quelli svegli, li aveva fati finire sui conti all’estero, quelli cifrati, che a risalire di chi erano veramente ci sarebbe voluta una di quelle indagini che manco Sherlock Holmes.
Certo, ogni tanto, qualche rognetta c’era: mica tutto poteva filare liscio così, senza un sussulto. L’Alberto, per esempio. Quella storia della Sonia non se l’era mica messa via, neppure dopo tanti anni. Sempre a girarle intorno, l’aria da pampalugo sì, ma di un pampalugo che col tempo ha persino capito qualcosa. Perché l’Alberto pampalugo per tutto quello che riguardava la vita era, ma poi, quando c’entravano le carte, diventava testa fina. E, tignoso, siccome era l’avvocato di famiglia, della famiglia della Sonia non di quella di Carlo, che una famiglia prima della Sonia non ce l’aveva e figuriamoci un avvocato, s’era messo a controllare. Prima qualche domanda alla Sonia, poi al Carlo. “Ma questa operazione qua, ma questo trasferimento qua, come me li spieghi?” “Eh, chiedi al Giangiulio che è il mio commercialista!” l’aveva liquidato Carlo. Ma gli era rimasta una brutta sensazione addosso, uno di quei brividi lungo la schiena che non finiscono più. Però anche lì la fortuna gli aveva dato una mano. Perché ci voleva fortuna, ma proprio fortuna, a scoprire che l’Alberto, che pareva sempre così in salute, invece no, la sua magagnetta ce l’aveva. Piccola, ma cattiva. Una allergia ai bagigi. Solo un pampalugo come l’Alberto poteva essere allergico a quelle robe lì, che te le servono gratis con l’aperitivo, tanto poco valgono. E invece a lui bastava un bagigetto che gli si gonfiava il collo come il mostro della Palude Nera, e se non gli facevano subito la puntura di cortisone rischiava di rendere l’anima prima che potesse soccorrerlo persino Nembo Kid.
Un bagigetto. Lui ci stava attentissimo, l’Alberto, a non mangiarlo, e ad evitare scupolosamente qualsiasi cosa potesse contenere bagigio. Le fisime che faceva, ogni volta che andavano a mangiare da qualche parte. E ogni anno le continue prove dall’allergologo, per sincerarsi che la cosa non fosse peggiorata, e non ci fossero nuove intolleranze oltre alla vecchia. Era talmente maniaco che aveva costretto anche il Carlo e la Sonia a bandire i bagigi dalla dieta, a non tenerne in casa, a non mangiarne mai, perché solo se li vedeva gli veniva una crisi isterica, come se avesse davanti il diavolo in persona.
La fortuna del Carlo era che i bagigi si trovano ovunque: son mica un veleno che devi comprare chissà da chi. No, un giro al mercato, sgusciane una ventina, riducili in polvere con il frullino, avendo cura di toccarli solo con i guanti, hai visto mai che ti rintraccino per una impronta digitale sulle scorze, come succede negli episodi di CSI. E poi era stato un niente aggiungere la polverina alla torta al maracuja, nuovissima specialità della pasticceria in centro, ordinata per il compleanno di Sonia. Aveva sparso la polvere sopra tutta la torta, come fosse zucchero a velo, e ne aveva servito una gran fetta all’Alberto, con un gran sorriso, aspettando che diventasse rosso rosso e dopo blu, per il mancato respiro. Così si era stupito molto quando aveva cominciato a sentire lui un qualcosa che raspava in gola, e poi la testa che girava e il respiro che non ce la faceva più a raggiungere i polmoni, e si era sentito diventare blu, lui, talmente in fretta, che l’Alberto non aveva fatto neanche in tempo a buttare giù il primo boccone di torta ai bagigi per tentare di soccorrerlo.
Non ci fu niente da fare. Si ritrovò morto prima ancora che arrivasse l’ambulanza. Troppo morto, ahimè, per sentire il medico del Pronto Soccorso che spiegava alla Sonia, in lacrime: “Una allergia, signora, forse ad un ingrediente contenuto nella torta, ce lo dirà l’autopsia. Non avreste potuto far niente, credetemi, queste cose, se non si sa di essere allergici, capitano così, senza preavviso. È proprio solo questione di sfortuna, alle volte, sa.”

[Il nuovo mondo di Galatea]

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(marco manicardi)
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