Colibrì e tecniche di volo

di Liliana Cantone “bakelite”

Si abbassò il bavero della giacca, dando un’occhiata fulminea allo specchietto retrovisore. Mise in moto la 128. Era freddo, per essere la fine di marzo. Ma c’era una luce speciale, quella dei pomeriggi inoltrati di quando si archivia l’inverno e una promessa di salsedine leggera si spande per l’aria.

Il Commissario aveva chiamato a casa, dieci minuti prima.
Un lavoro da fare subito, a sud della città, quartiere Amsicora.
Lungo il tragitto si era acceso un cigarillo, inarcando un po’ la schiena. Gli piaceva il gusto dolciastro della foglia di tabacco in bocca, senza filtri. Ma ancora di più gli piaceva il gesto di far schioccare l’accendino. Quell’accendino. Un Colibrì. Rettangolare, smussato agli spigoli; senza luccichii, l’argento attenuato dalla forma della superficie, intrecciata a cesto di vimini. Sua madre. Era stata lei, glielo aveva regalato per il suo diciottesimo anno. “Sei un uomo, adesso. Vai, e prenditi la vita. Che sia tutta fortuna” gli aveva mormorato, fiera, mettendoglielo in mano, così, senza pacchetti, né fiocchettini. Pesante e leggero al tempo stesso. Come lei.

Lo teneva in mano, mentre guidava.

Accostò, l’indirizzo corrispondeva.
Prese l’attrezzatura, la sua Rolleiflex, che tante ne aveva viste, e il borsello. Chiuse la portiera, in mano chiavi, e tutto il resto. Quando lavorava cercava sempre di tenere le mani ingombre, in modo da non doverle stringere a nessuno.

Attraversò il cortile, fece un cenno ai tre colleghi che stazionavano vicino al perimetro col nastro rosso e bianco, in mezzo i segni di gesso. Attorno alcune persone, probabilmente i vicini. I brusii, un mezzo tono sotto il solito, questa volta.

Salì al settimo piano, interno quattordici.

La porta era spalancata. Nessuno ad accoglierlo. Meglio così. Entrò spedito, il corridoio ampio, alle pareti decine di olii, qualche china, acquarelli. Cornici discrete indietreggiavano per lasciare i disegni in rilievo. C’era un che di armonico, in quel mosaico di figure. Erano stati appesi alle pareti con riguardo, probabilmente cambiando più volte disposizione, sino a raggiungere quell’equilibrio di forme macchiate.
L’arte lo rilassava, lo distendeva la simmetria nei colori.
Quelli che vedeva nel suo lavoro erano diversi. C’era sempre un che di disarmonico, brutale. E lui doveva fotografare.

In cucina, gli aveva detto il commissario, sul balcone.

Passando vicino al tavolo di noce scuro aveva appoggiato tutto quello che aveva in mano, borsello, chiavi e il resto. Prese la Rollei e si mise al lavoro.
Pulito, questa volta. Niente di eclatante. Quattro vasi di crassule al loro posto. Una pantofola. Spaiata. Rovesciata.

Stava finendo di scattare, muovendosi con circospezione, in completo silenzio. Nessuno intorno, il modo perfetto di lavorare.
A un tratto ebbe la percezione di uno sguardo, qualcuno l’osservava. Si voltò, verso la cucina. Una figura minuta, scura, si avvicinava lentamente. La mise a fuoco quando arrivò alla portafinestra. Una bambina, avrà avuto sì e no dieci anni. Lo scamiciato di velluto marrone a coste fini la nascondeva tra i mobili in noce scuro della cucina. Occhi penetranti sbucavano dal viso bianco, interrogavano, passavano dalla Rollei, al muretto, alla pantofola, e poi a lui. “Perché lasciano i bambini in giro, in queste situazioni” pensò, riportando lo sguardo dentro l’obiettivo.
Tempo di fare un altro scatto, ed era di nuovo solo.

Finì la pellicola, e decise di andare.

Mise la Rolleiflex nella custodia, fece il percorso a ritroso, in cucina prese tutto ciò che aveva lasciato sul tavolo e si diresse verso la porta. Sentì come una presenza alle sue spalle. Varcata la soglia, prima di entrare in ascensore, si voltò: la bambina, sguardo dritto verso i suoi occhi, lo aveva accompagnato. Chiuse la porta dietro di sé, senza fiatare. “Strano, pensavo avesse dieci anni circa”, ma ora sembrava più grande. “ Magari era un’altra”, si rassicurò, e prese l’ascensore.

Fece per accendersi un cigarillo, se lo meritava. Cercò l’accendino nella tasca della giacca. Niente. “L’avrò lasciato in macchina”.

La piccola folla in cortile si era diradata, adesso. La volante era sempre là, parcheggiata davanti alla sua 128. Un cenno di saluto, e via in Commissariato. Era ancora in tempo per passare al bar in fondo alla piazza a due passi da casa, per il solito vermentino con gli amici. Aprì il cruscotto per cercare l’accendino.

Il maestralino era calato, e iniziava a piovere, leggero. Alice rialzò la bici, coricata su un fianco in mezzo ai ciottoli della stradina bianca.
La inforcò, girandola verso le prime case nascoste in fondo alla strada. Con il key-way era ben protetta. Ai piedi le baby blu, i calzettoni lindi che occhieggiavano dai due buchi davanti.

Aveva lanciato con tutta la forza che aveva nel braccio destro.
“Pluf”, aveva fatto. E giù, in silenzio, dentro il canale scolmatore.
Nessuno l’avrebbe cercato lì, in fondo.

Partì piano. Poi spinse più forte sui pedali.

Con un colpo di reni deciso si staccò dal manubrio, le mani libere verso i fianchi, discoste quasi a mezz’aria, come aveva visto fare ai maschi tante volte.
Sempre più forte, nella stradina impolverata, tra matasse enormi di rovi.
Ci provò, spavalda: giù le palpebre.
Espirazione.
Su le palpebre.
Sorrise.
Non sarebbe caduta.

[Bakelite]

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(marco manicardi)
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