Venticinque

di Caterina Imbeni “grushenka”

Tutto sommato la sfortuna non mi riguarda. Sono anni ormai che neanche ci penso, alla sfortuna. A voler essere precisi, gli anni sono venticinque. È uno sforzo enorme pensare alla sfortuna, venticinque anni dopo. Allora avevo tre nonni e due bisnonni, e guarda caso mi sentivo fortunata ad averli, mica tutti avevano due bisnonni. Pensavo di essere fortunata perché alla fortuna ci pensavo, allora. Per esempio pensavo che chi faceva la comunione fosse fortunato perché riceveva dei regali che io non essendo battezzata non ricevevo. Pensavo anche che alcuni erano fortunati perché facevano delle feste di compleanno bellissime, in case grandissime dove potevi fare quel che ti pareva, nessuno a dirti “fai piano, non correre”, c’era addirittura chi aveva la stanza apposta per far confusione e giocare, mica ci dormiva dentro, era tipo la stanza dei giochi. Era fortunato chi aveva la stanza dei giochi, pensavo. Io naturalmente non mi sentivo fortunata perché ero convinta di esser povera, perché abitavo solo con la mamma in un appartamentino di due stanze, perché non facevo la comunione e mi avevano detto che non avrei fatto nemmeno la cresima, insomma un sacco di regali persi. Però avevo i bisnonni e quando a Natale andavo dalla mia bisnonna alcuni amici mi dicevano che ero fortunata perché loro la bisnonna non ce l’avevano. Che andare dalla bisnonna fosse per me una noia mortale lo tenevo nascosto ai miei amici, perché continuassero a pensarmi fortunata. Non mi piaceva andare dalla nonna Nina a Migliarina, che la chiamavo nonna anche se era una bisnonna, perché non mi ci divertivo un granché. Il pranzo di Natale era un appuntamento fisso ma per me sarebbe stata una giornata lunghissima in quella casa luccicosa ma buia dove mi dovevo mettere le pattine ai piedi per entrare e far poco rumore perché qualcuno dormiva e cose così. Neanche lo scarto dei regali sarebbe valso a qualcosa, perché quello di mia mamma l’avevo già comprato con lei alla Coop, il papà l’avrei visto qualche giorno dopo, forse, e i nonni me l’avevano già fatto, bellissimo, il regalo più bello me lo facevano sempre i nonni e me lo davano sempre la vigilia a casa loro.
Dalla nonna Nina ricevevo i regali dei parenti che vedevo solo a Natale e spesso non erano dei bei regali, erano quasi sempre dei bustoni con la frutta e la verdura di plastica perché avevo il kit dell’ortofrutta con la bilancia, il carrello e la cassa nel sottoscala che quando dovevo passare dei pomeriggi a Migliarina facevo finta di avere un negozio. Quel Natale lì di venticinque anni fa, però, scarto i regali e invece dei meloni di plastica ci trovo La Fattoria Didò. Meraviglia. C’era anche il piano con la fattoria disegnata e una specie di schiacciapatate che ci attaccavi davanti la forma che volevi e ti usciva il maiale o la mucca o il cavallo. Io quel Natale lì mi son divertita un sacco, giocando con la Fattoria Didò seduta per terra sopra il mio telone di plastica così non sporcavo e tutti erano felici, me compresa. Poi viene sera, sono anche stanca, faccio su tutto aiutata dagli altri e saluto la nonna Nina e vado a casa a letto. Al mattino mi fiondo sui borsoni dei regali per tirar fuori la Fattoria Didò. Non c’è. Guardo dappertutto. Non c’è. Chiedo alla mamma che neanche si ricorda cosa sto cercando e mi dice che i regali sono tutti lì, che se non c’è l’avrò dimenticato a Migliarina che tanto ci sarei tornata prima o poi. Aspetto con ansia una settimana e torno a Migliarina con i nonni e vado nel sottoscala e ci trovo solo la frutta di plastica, la bilancia, il carrello e la cassa. Dov’è la Fattoria? Quale fattoria? Quella del Didò, il mio regalo! Ah non lo so, non l’hai portata a casa? Come sei disordinata Caterina! Perdi sempre tutto, non trovi mai niente! Se l’hai lasciata qui è in mezzo ai tuoi giochi. Ma in mezzo ai giochi non c’è! Allora non lo so dov’è.
Ecco. La Fattoria Didò era sparita. Nessuno ne sapeva nulla e per quanto insistessi si finiva sempre per dar la colpa al mio disordine. Poi la mamma mi dice che non è nulla, che non ne devo fare un dramma, che ci saranno altri regali più belli e che insomma è andata così. Pazienza.
Venticinque anni fa ho iniziato il mio processo di accettazione della sfiga. Le cose che ti rendono felici ci sono e poi non ci sono più, lo stesso vale con le persone. Quando spariscono non è sfiga, è che le cose sono andate così. Pazienza.

[Barabba]

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(marco manicardi)
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Una risposta a Venticinque

  1. fiumerosso ha detto:

    pazienza. pazienza un cazzo. pazienza.

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