Incontro alla sorte: Sfumature diverse di una concezione (indoeuropea?) – Seconda parte

di Giuseppe Fraccalvieri “Haukr”
[Prima parte]

Non sembra cosa improbabile che si ritrovino dei punti d’incontro tra l’antica Grecia e quella che un tempo fu la Magna Grecia. Tuttavia Edipo sembrava, per chi scrive, un ottima tappa intermedia verso altre destinazioni, sia per i caratteri di peculiarità ed allo stesso tempo di antichità diffusa di alcuni motivi, sia perché indubbiamente nota e notevole.
Ci spostiamo dunque in Iran, riportando di seguito e per intero due brevi capitoli del Menok i Xrat (Spirito di Saggezza) [8], il ventitreesimo [9] ed il cinquantunesimo. [10]
 
«L’uomo saggio chiese allo Spirito di Saggezza: ‘è possibile combattere contro il fato con saggezza e conoscenza oppure no?’ Lo Spirito di Saggezza diede la sua risposta: ‘Anche se uno fosse armato col valore e la forza della saggezza e della conoscenza, nonostante questo non sarebbe possibile combattere contro il fato. Perché una volta che una cosa è stata decisa dal destino e diventa reale, sia per il bene che per il suo opposto, il saggio segue direzioni sbagliate nel suo lavoro; il codardo diventa coraggioso, ed il coraggioso codardo; l’uomo pieno di energia diventa pigro, ed il pigro diventa pieno di energia; perché per ogni cosa che è stata destinata sorge un’occasione adatta che spazza via tutte le altre cose.’»
 
«L’uomo saggio chiese allo Spirito di Saggezza: ‘perché il pigro, malintenzionato e malvagio alle volte raggiunge grandi onori e prosperità, e l’uomo decente, saggio e buono alle volte è vittima di dolorosi eventi, violenza e povertà?’
Lo Spirito di Saggezza diede la sua risposta: ‘Quando il fato aiuta il pigro, malintenzionato e malvagio, la sua pigrizia diventa come energia, il suo essere malintenzionato come saggezza, e la sua malvagità come bene: e quando il fato si oppone all’uomo decente, saggio e buono, la sua saggezza è tramutata in follia, la sua decenza in cattive intenzioni; e la sua conoscenza, umanità e decenza appaiono di nessun conto.’»
 
Questi due passaggi sono da collocare nell’ambiente iranico zoroastriano, con influenze zurvaniche. Evidente la loro inerenza al nostro discorso. I messaggi che traspaiono dai due capitoli (che Zaehner colloca di seguito) sono improntati ad un fatalismo amaro e pessimista. Le doti positive non possono nulla contro il fato, se così è stato determinato. Questi concetti vanno inquadrati nel contesto dualistico mazdeo e zurvanico, che peraltro trova paralleli nel panorama generale indoeuropeo. Si pensi alle contrapposizioni di Asi contro Vani, Ahura contro Deva, Deva contro Asura, Dèi Olimpi contro Titani.
Una delle preoccupazioni principali, nel testo, pare quella di trovare giustificazione alle sofferenze umane, ed in particolare a quelle di coloro che non dovrebbero meritarle, secondo la moralità e l’ottica dell’autore. Il bene è sempre contrario al male, in modo sistematico, e la fortuna ed il fato non sempre sono dalla parte del primo. Nonostante questo, si può intuire la predilezione dell’autore per esso. A parere di chi scrive, si potrebbe anche aggiungere che i due capitoli costituiscano un’esortazione ai giusti a continuare contro la sorte. Ci sarebbero qui facili analogie con i casi precedenti. Si potrebbe persino considerare Edipo come un giusto tormentato dalla sorte sfortunata, se fosse possibile depurare il testo iranico dall’idea di predeterminazione.
 
Il fato, come descritto in questi capitoli [11] è un’entità dal notevole potere, sovraordinato rispetto alle altre divinità anche in altre religioni e mitologie. In Grecia persino Zeus era subordinato ad esso, mentre il destino degli stessi dèi norreni era già fissato con il Ragnarök. Il fatalismo scandinavo è ben noto.[12] «Nessun uomo è più forte del suo fato». [13]
Protagonista del Ragnarök è il lupo Fenrir, che cresceva di giorno in giorno in dimensioni e pericolosità. Quando si liberò delle sue catene, gli dèi riuscirono con difficoltà ad ottenerne una che potesse tenerlo fermo. Vi era tuttavia il problema di convincere il lupo a mettersela. Fenrir accetta a patto che uno degli dèi ponga la mano in pegno tra le sue fauci. L’unico abbastanza coraggioso da sottoporsi alla rischiosa impresa è Týr. Il lupo rimarrà così legato fino al Ragnarök, ma il prezzo dell’inganno lo paga il dio, che perde la mano.
Durante lo scontro alla fine dei tempi, poi, lo stesso Fenrir inghiottirà Odino. Il dio verrà quindi vendicato dal figlio Vídharr, ma in questa sede è importante sottolineare la predeterminazione ed il fatalismo che avvolgono l’evento: «che Odino conosca perfettamente tutto ciò è chiarito senza possibilità di alcun dubbio dalle sue parole». [14]
Non potrebbe essere altrimenti, d’altra parte, e ragionando in modo razionalistico sarebbe assurdo che gli dèi non conoscessero il loro destino, visto che questo è noto persino agli uomini.
Col Ragnarök, la generazione delle attuali divinità termina, e viene sostituita da quella nuova dei loro figli. La fine del mondo attuale e la sua continuazione con attori nuovi, il susseguirsi delle età dell’uomo e del mondo si possono ritrovare in altre culture indoeuropee. In Esiodo, ne “Le opere e i giorni”, ma anche in India. Non si tratta di un discorso esclusivo, e ci sono ere che si susseguono anche nella Mesoamerica precolombiana.
Nell’ambito di una visione ciclica, la sostituzione degli dèi ed il passaggio ad una nuova era appaiono normali, e persino coerenti con un fatalismo che, come molto dopo in Verga, accetti la sorte senza discutere e riponga la sua più alta speranza nella stirpe, nella famiglia, nella prosecuzione della specie.
 
Ci si potrebbe chiedere: ha delle alternative Týr? In teoria, potrebbe non rischiare: dopotutto nessuno degli altri dèi lo ha fatto. In maniera non dissimile, il giusto del  Menok i Xrat non potrebbe comportarsi in modo diverso? Egli potrebbe essere indolente ed egoista: il fato gli potrebbe essere persino favorevole. Eppure, l’ipotesi di un comportamento differente, tanto per l’uno quanto per l’altro, non è neppure presa in considerazione nei due brani.
A parere di chi scrive, questo “schieramento” definitivo delle due figure può facilmente giustificarsi proprio con una visione dualistica dell’universo. Non si sceglie di essere giusti o malvagi, si accetta il proprio ruolo, come determinato dal fato. Come i pezzi sulla scacchiera: se sei bianco e cavallo, non puoi morire alfiere o nero. Il fatalismo è così accettazione del proprio ruolo allo stesso modo che della propria sorte.

(continua)

____________________
NOTE:
[8]. Traduzione mia dall’inglese di R. C. Zaehner; Zurvan – A Zoroastrian Dilemma; pagg. 402–404, BIBLO and TANNEN, New York, 1972.
[9]. Traduzione di Zaehner in inglese: «(1) The wise man asked the Spirit of Wisdom, ‘is it possible to strive against fate with wisdom and knowledge or not?’
(2) The Spirit of Wisdom made answer (and said), ‘Though (one be armed) with the valour and strength of wisdom and knowledge, yet it is not possible to strive against fate. (3) For once a thing is fated and comes true, whether for good or the reverse, the wise man goes astray in his work; the coward becomes brave, and the brave cowardly; the energetic man becomes a sluggard, and the sluggard energetic: (4) For, for everything that has been fated a fit occasion arises which sweeps away all other things.’»
[10]. Traduzione di Zaehner in inglese: «(1) ‘The wise man asked the Spirit of Wisdom, ‘Why is it that the slothful, wrong-minded, and evil man sometimes achieves great honour and prosperity, and that the decent, wise, and good man sometimes is the victim of grievous misfortune, violence, and want?’
(2) The Spirit of Wisdom made answer (and said), ‘When fate helps a slothful, wrong-minded, and evil man, his sloth becomes like energy, and his wrong-mindedness like wisdom, and his evil like good: (3) and when fate opposes the wise, decent, and good man, his wisdom is turned to unwisdom and foolishness, his decency to wrong-mindedness; and his knowledge, manliness, and decency appear of no account.’»
[11]. Si veda anche il capitolo ventisettesimo a pag. 399 del libro di Zaehner.
[12]. Si veda, ad esempio, un testo classico: Jacob Grimm, Teutonic Mythology;  vol. IV, chapter XXVIII, Destiny and well-being, pagg. 1560–1572, pagg. 296-308 dell’e-text; tradotto dalla quarta edizione con note e appendice di James Steven Stallybrass, London, George Bell & Sons, York Street, Covent Garden, 1888, scaricabile da qui.
[13]. Ibidem, traduzione mia dall’inglese, da pag. 1562, pagg. 298 dell’e-text.
[14]. Brian Branston, Gli Dei del Nord; pag. 184; Oscar Saggi, edizione integrale, traduzione di Mara Andreoni, Arnoldo Mondadori Editore, S.p.A., Milano, 1991; I edizione Il Saggiatore febbraio 1962, I edizione Oscar saggi gennaio 1991, titolo dell’opera originale: Gods of the North, Brian Branston, 1955.

[Haukr]

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(marco manicardi)
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