malasorte

di Elena Marinelli “l’elena” e Silvia Canini “biNbaa”

C’è un vento arrivato da solo, c’è fortuna e sfortuna, ci sono tutti i modi di chiamarle, i due lati della stessa preghiera. malasorte: sono io. Malasorte vuol dire una cosa molto diversa dalla fortuna, non è semplicemente l’altra faccia, la parte sinistra, la sfortuna, con davanti una s e basta. La malasorte te la vai a cercare oppure è una disgrazia. Io me la sono andata a cercare. C’è questo vento che è arrivato da solo, c’è fortuna e sfortuna.

Questa è la storia di una notte di nebbia densa che puoi tagliare col coltello per il pane e in effetti io mangio un panino, in auto stanotte; è la storia del giorno in cui decido di aggirare la sfortuna per tutta la vita.
Il mio è un lavoro di responsabilità: non conosco pause, ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni della settimana. Un posto fisso.
Ho registrato le morti più impensabili, ho sentito le situazioni più improbabili, ho ascoltato tragedie di ogni tipo ma anche gioie inaspettate, rimanendo, però, del tutto indifferente, ogni volta. Non è cattiveria, la mia e non è nemmeno un lavoro che ho voluto, questo; è solo che lo devo fare per forza, per imposizione di giustizia, quella fiera che esce dalla terra, sale come la nebbia dalle viscere e si posa addosso, dalle caviglie intrappola, fino a bagnare i capelli: la giustizia di terra, un cavaliere disonesto che arriva alle spalle. E tu rimani immobile, tutto intirizzito. Sono ferma lungo il perimetro dell’asfalto, parcheggio piano, i finestrini aperti e lui dorme sul sedile del passeggero.
Ho finito la benzina, la visuale coperta, il freddo umido, le goccioline sui suoi capelli ricci e sul collo della mia felpa ed è fine estate, una fine estate che sembra novembre. Attorno alla nostra macchina tira vento, ma lui non si sveglia. Siamo fermi e stanchi e mi viene in mente una canzone che si traduce proprio nebbia ed è la mia preferita. Stamattina molto presto sono andata a cambiarmi nome all’anagrafe. Avevo deciso di farmi amica Fortuna, in un colpo solo, la parte destra e quella sinistra, di prendermele tutte e due, ma imitando la sfortuna che pensavo fosse tra le due la più temibile: avevo deciso di chiamarmi malasorte, con la minuscola.
malasorte, sì, da oggi mi chiamo così, con la minuscola, ho detto.
Mi cambio nome, ho pensato.
Prendo per il culo la fortuna che non arriva e mi chiamo malasorte, chissà perché non ci ha pensato ancora nessuno, mi sono detta.
Controllo il motore, è la benzina il problema; vado a cercare un benzinaio, il più vicino è a due chilometri e non ci metterò molto. Chiudo la portiera e il vento mi accarezza forte sulla guancia sinistra, con un ramo d’albero pieno di foglie e penzolante, poi ancora sugli occhi con lo stesso ramo, caduto proprio mentre io ci passo sotto per immettermi sulla strada principale; l’asfalto non lo vedo tutto, la parete di roccia al lato nemmeno, l’albero, nonostante la vicinanza, davvero poco: il tronco lo tocco, mi ci appoggio con una mano e l’altra sulla guancia sanguinante e dagli occhi non ci vedo più.

Quel vento mi accarezza e mi taglia, mi fa una cicatrice sulla guancia e poi la affoga sottopelle: ancora adesso, dopo mille anni da quella sera, se rido mi fa male. Non riesco a ridere, mi fa male la guancia lo dico sempre mentre lavoro e se aggiungo è per la cicatrice loro dicono ma non si vede quasi più. No, infatti, non si vede ed io non vedo, lavoro bendata apposta, ma sento com’è fatta da dentro, la sua lunghezza e la pelle raggrinzita: non mi viene proprio più da ridere, da quella notte con la nebbia. Non sono nata bendata, né fortunata, volevo un patto eterno per la mia vita, solo questo, non soldi o la vita eterna o l’amore, no: io volevo poter decidere, io me la sono andata a cercare la malasorte diventando così regola e esempio per tutti voi: non la si vuole mai la fortuna o la sfortuna, capita e se va male diventa, d’un colpo, malasorte: un destino ammalato e malvagio. La mia canzone preferita si traduce nebbia, la ascolto quasi tutte le mattine prima di uscire, dice hai fatto una cosa male? Pazienza, alcune cose se ne andranno mai : il tempo non le potrà cancellare tutte. Alcune, una, mezza rimarranno.
Le cicatrici sono fatte apposta, per ricordarlo, ma funzionano al contrario: da giovani si rimarginano prima; quando c’è da vivere tanto, cioè, loro si assorbono, così si sentono sottopelle ed io la mia posso portarmela appresso tutto il tempo che ho, bendata per la vita a dare fortuna e sfortuna a voi, senza vedere niente, a caso, fautrice del caso, con una cicatrice e una benda al posto degli occhi; da vecchi, invece, le cicatrici rimangono in superficie, si vedono di più, ma si sentono meno: e questa sì che è una fortuna.

[novelz]
[silvia canini]

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(marco manicardi)
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