Dio in tre pezzi da montare

di Diego Fontana

Da quando aveva trovato Dio nell’ovino Kinder, Marco passava quasi ogni pomeriggio con lui.
Non aveva fratelli né sorelle, suo padre rincasava solo a sera e la madre passava spesso i pomeriggi dalla vicina, cosicché nessuno era ancora venuto a sapere niente del suo segreto. Non avrebbe nemmeno saputo spiegare perché, ma una parte di lui sapeva che se i genitori avessero scoperto che passava i pomeriggi con Dio, anziché uscire a prendere una boccata d’aria o a tirare due calci al pallone, la cosa sarebbe immediatamente diventata uno di quegli argomenti di cui parlare a cena con la faccia seria e lo sguardo fisso su di un fagiolino abbandonato nel piatto.
L’ultima volta qualcosa del genere era successo quando aveva trovato una rana ai margini della strada, vicino al parco, l’aveva ficcata dentro a una scatola da scarpe e l’aveva tenuta in camera, nascosta sotto il letto. Ogni tanto apriva il coperchio e dava una controllata. Non mangiava mai né i ciuffetti d’erba né le formiche che infilava sotto il coperchio più o meno regolarmente. Così, per paura che morisse, si era fatto coraggio e aveva raccontato tutto alla mamma.
Quella sera aveva dovuto subire dal padre una lavata di capo che gli sembrò infinita e, sotto lo sguardo inflessibile dei genitori, aveva dovuto riportare la rana al parco e liberarla.
Così, si era ripromesso che questa volta non avrebbe confessato a nessuno che aveva trovato Dio in un ovino Kinder. Alla televisione, la pubblicità lo chiamava Kinder Sorpresa, o tuttalpiù ovetto Kinder. Ma lui trovava ridicoli entrambi i nomi, e non aveva mai sentito nessuno dire al bottegaio che voleva un “Kinder Sorpresa”. Anzi, pensava che semmai avesse dovuto chiamarlo così, se ne sarebbe vergognato. La pubblicità diceva anche che una sorpresa su cinque avrebbe potuto essere un personaggio di una qualche collezione: negli anni se n’erano succedute tante, dagli ippopotami alle rane, dai leoni ai coccodrilli. Nessuno però aveva mai nemmeno accennato alla possibilità di trovare Dio. E poi all’inizio non aveva per niente capito che quel mucchietto di pezzetti indecifrabili fosse Dio. Pensava che si trattasse di una di quelle sorprese di serie B, quelle che si montano giusto per farlo, e perché in fondo ci si sente un po’ in colpa a buttarle via senza nemmeno conceder loro una possibilità; ma che poi, in un tempo che può variare da un’ora a una settimana, finiscono inevitabilmente per scomparire dallo scaffale dei giocattoli.
C’erano tre pezzi, ma non si capiva bene come incastrarli tra loro, dato che le istruzioni erano assenti. Maneggiandoli un po’ senza nessuna convinzione, si era accorto che una parte era di plastica molto dura, un’altra, di color carne, aveva una consistenza più morbida, e l’ultima sembrava fatta di una strana gomma semitrasparente quasi impalpabile. Alla fine, senza nemmeno sapere bene come, era riuscito a incastrare i pezzi e la creazione aveva preso forma.

– Ciao.
Marco sussultò:
– Beh, adesso parlate?
– Ho più o meno sempre parlato. Anche se in effetti non sono poi molti, quelli che mi ascoltano.
– Ma cos’è, una nuova collezione? Come vi chiamate, i Parlottini?
– Ehm… non esattamente. Sono Dio.
– Dio?
– Dio.
– E cos’è che ci facevi nell’ovino Kinder, scusa?
– Aspettavo di essere trovato. Mi sembrava una via buona come un’altra.
– Non saprei, io non avevo capito che eri Dio, stavo per buttarti via.
– Non l’hai fatto, però.
– Già.

Marco prese Dio, lo sistemò tra i suoi giocattoli e lo salutò.
– Devo andare a letto – disse mentre si chiedeva, tra sé e sé, se forse Dio non sarebbe stato più a suo agio tra i Gormiti, che vicino ad Undertaker. Magari poi finiva che durante la notte litigavano, e Undertaker era grosso almeno il triplo ed era stato campione del mondo di wrestling per ben sei volte. Dio non era mai stato campione di wrestling.

– Va bene qui, non preoccuparti. Qui sto comodo, e Undertaker è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti.
– Ah… ok.
– Ok.
– Scusa… Dio. Ma tu leggi nei pensieri?
– Solo qualche volta, e non è facile: dipende dalle persone che ho davanti e dalla chiarezza della loro mente.
– Ah. Beh. Buonanotte.

Appena tornato da scuola, Marco mangiò svelto e s’infilò in camera. La mensola traboccava di personaggi del wrestling. Solo, erano tutti Undertaker. Un centinaio di Undertaker.

– Beh?
– Ti ho moltiplicato i personaggi.
– Wow, grazie.
– Non sembri troppo contento.
– È che… sono tutti uguali, sono tutti lo stesso personaggio. Già che c’eri potevi far apparire dei personaggi diversi, non so, John Cena o Rey Mysterio.
– Si chiama moltiplicazione, non creazione.
– Vuol dire che sai solo copiare?
– È complicato. Allo stato attuale ho un potere limitato, e moltiplicare richiede meno energia che creare.

Marco prese la sorpresa e la rigirò tra le mani, cercando con occhi esperti una minuscola scritta in rilievo sulla plastica.

– È per via del fatto che sei giapponese?
– Come? – rispose Dio.
– Sei giapponese, c’è scritto Made in Japan qui, sul tuo lato destro. Lo dicono tutti che i giapponesi sanno solo copiare, hai presente? Ho letto su Wikipedia che hanno copiato anche la Torre Eiffel, ma l’hanno fatta più alta.
– Non vengo da nessun luogo in particolare. Quando scendo sulla terra, scelgo una forma e un posto che possano farmi comodo. L’ultima volta è stato parecchio tempo fa.
– Capito. Ma quella volta ti hanno crocefisso davvero?
– Crocefisso?
– Sì, sai… crocefisso – Marco indicò a Dio la croce di legno scuro appesa sulla porta della camera.
– Ah, vuoi dire quella volta! Ma sarà successo almeno duemila anni fa, non me lo ricordavo neanche. Ma scusa, e tu come lo sai che duemila anni fa mi hanno crocefisso?
– Ma è una cosa che sanno tutti, si impara a scuola. O anche al catechismo.
– Ma da allora sono tornato sulla terra molte altre volte, sotto molte altre forme.
– Ma prima hai detto che non venivi da parecchio.
– Sì, ma intendevo tre, quattro anni terrestri. Ero una rana quella volta. Mi ero materializzato più o meno da queste stesse parti. Sai, come rana non avevo molto senso dell’orientamento. E poi ho trascorso diverso tempo chiuso in una scatola buia, rischiando di morire asfissiato, e quando finalmente sono stato liberato, sono morto nel giro di poche ore: le mie zampe erano ormai troppo deboli, e non sono riuscito a sfuggire al balzo di un gatto.

Marco appoggiò la sorpresa sullo scaffale, accanto a uno dei cento Undertaker, e cercò di cambiare argomento:

– Ma come Dio, tu sai tutto, giusto? E non sapevi che tutte le persone appendono la croce in casa e ripetono sempre che tu ti sei fatto uomo e poi ti sei fatto crocefiggere?
– No.
– No cosa?
– No, non so tutto. E in particolare non sapevo di questa strana diceria. Ma per tutti, cosa intendi?
– Beh, tutti… almeno noi cristiani. Non lo so quelli delle altre religioni cosa dicono, credo che dicano che Dio non sei tu, ma un altro, ecco.
– Ma scusa Marco, e allora quella volta che mi sono fatto verme e un merlo mi ha catturato, spezzettato e digerito? E quella volta che mi sono fatto Dixan, e sono morto affogato dentro una lavatrice? E quell’altra volta che mi sono fatto batterio e un antibiotico mi ha torturato fino a stroncarmi? E quando mi sono fatto Tommy, del cartone animato “Tommy della terra”, e sono stato silurato dall’emittente televisiva? Nessuno ne parla, di tutto questo?
– Dio, ma davvero eri nel cartone “Tommy della Terra”? L’ho sempre saputo che c’era qualcosa di straordinario in quel cartone. Era il mio programma preferito, sai? Beh, forse dopo il wrestling.

Il mattino seguente Marco ficcò nello zaino una decina di Undertaker, e uscì dalla stanza in silenzio come avrebbe fatto un ladro. Tornato a casa, finì il pranzo senza fare storie, e si chiuse di nuovo in camera.
– Devo fare un sacco di compiti – disse alla mamma, che stava già infilando i piatti nella lavastoviglie.

– Grazie, Dio – afferrò la sorpresa con il pollice e l’indice – diventerò ricco! Stamattina ho venduto tutti gli Undertaker che mi ero portato, e due della Quinta C mi hanno già detto che se domani ne porto degli altri, me ne li comprano.
– Ok – rispose secco Dio.

Marco si fece scuro in volto. Una parte di lui era in preda al senso di colpa già dalla mattina:

– È per via di quella storia che è più difficile che un ricco vada in Paradiso, che un cammello entri nella cruna di un ago, vero? Vuoi che i prossimi li dia in beneficenza?
– Beneficenza, aghi, cammelli? Non capisco, Marco. Solo, mi aspettavo che ci tenessi un po’ ai tuoi Undertaker, era pur sempre un mio regalo.
– Quindi vuol dire che non andrò all’inferno?
– Che cosa sarebbe l’inferno? Non importa, non sono certo di volerlo sapere.
– Ehm… Dio?
– Che cosa c’è?
– Ma perché certi dicono che tu non sei Dio? E non c’è una religione sola, ma tante?
– Primo: non sono del tutto sicuro di comprendere che cosa siano, queste religioni di cui a volte sento parlare. Secondo: è un po’ difficile da spiegare. Diciamo che io sono solo un semplice creativo, come ce ne sono tanti nell’universo. E non sono nemmeno il migliore. Tra i progetti che mi sono riusciti meglio c’è la Terra, con tutti voi che ci abitate, gli animali, le piante, gli oggetti, tutto quanto. La terra mi ha dato grandi soddisfazioni, lo ammetto. Mi ha anche fatto vincere un premio, sai? Il fatto è che allora ero molto giovane, e mi hanno aiutato numerosi colleghi. L’idea era mia, questo non lo si può negare, ma la realizzazione ha comportato un lavoro di squadra. Ognuno ha dato il suo contributo: ricordo che l’Africa e l’India, per esempio, erano molto complicate, e si stava anche avvicinando la domenica. Quindi mi hanno aiutato diversi stagisti e colleghi.
– Ma allora tu non sei l’unico Dio?
– E perché dovrei? Ma lo sai che persino qui, tra voi, ci sono creativi più
brillanti di me? Ad esempio quel Munari… lo hai studiato a scuola?
– No.
– Ma cosa vi insegnano, a scuola? Le croci, l’inferno, e poi? Non importa, Munari si chiamava Bruno e come mestiere faceva il designer. Era un genio, una delle menti più fertili che sia mai riuscito a concepire. Era decisamente più creativo di me. Se solo Bruno avesse avuto i miei poteri, l’Universo oggi sarebbe un posto molto più divertente e interessante.
– Non sono sicuro d’aver capito, Dio. Nell’Universo ci sarebbero un sacco di dei che creano vari mondi?
– Mondi, e non solo. Creiamo dimensioni, progettiamo misteri, generiamo piani di esistenze… Immagina l’Universo come… come un’azienda in cui ogni dipendente deve creare almeno un progetto in un tempo che equivale a circa sette anni terrestri.
– Wow. E perché adesso sei qui, sulla terra?
– Sono venuto a visitarla un sacco di volte: è un grande privilegio poter ammirare i propri progetti, di quando in quando. Inoltre cerco sempre di vedere le cose da vari punti di vista, anche per capire se il progetto è migliorabile. Per esempio: quasi ogni volta, la mia permanenza si trasforma in tragedia. Sono certo che ci sia un piccolo difetto nel sistema, ma ancora non sono riuscito ad individuarlo: è come se in qualche modo la Terra tendesse a rigettare il proprio creatore.

La mamma di Marco aprì la porta di colpo.
– È la quarta volta che ti chiamo – sbraitò – Se non ti muovi arriverai tardi a Judo!
Marco non disse niente, si era completamente dimenticato.
– Ma non hai neanche fatto la borsa!? E i compiti almeno, li hai fatti i compiti? – sbraitò di nuovo, e lo sguardo gli cadde su quell’oggettino che Marco sembrava quasi voler nascondere tra le mani.
Quando il bambino, timidamente, fece di no con la testa, la madre gli strappò la sorpresa di mano e, sbattendosi la porta alle spalle, tuonò:
– Questa adesso finisce nel cestino.

[Diego Fontana]

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(marco manicardi)
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