Maurizio

di “tamas”

La sfiga, in questo caso, è essenzialmente la vostra. Ma forse sbaglio a dire “vostra”, ché la questione pare allargarsi troppo e farsi impersonale: no, la sfiga è tua, caro lettore che scorri queste righe, e ti tocca da vicino, ti bussa sulla spalla, direi quasi. La sfiga è tua, parliamoci da uomo a uomo, o da uomo a donna, o comunque da esseri umani, perché questo che ti accingi a leggere è un testo scritto purtroppo con poca grazia, all’ultimo momento, perché mi sono accorto tardi della scadenza e perché quest’estate ho avuto da fare, ho avuto delle sfighe (eh! O pensavi capitassero solo a te?), ci sono stati i Mondiali e tutta un’altra serie di scuse che però non enumero perché questo non è mica il concorso letterario sulle scuse: è il concorso sulla sfiga, in effetti, e non mi pare il caso di divagare. Io, caro lettore, io in fondo ti rispetto: vedi? neanche divago. Peccato che sia andata così, caro lettore, peccato che ci si debba conoscere in un’occasione così sfortunata.
D’altra parte, io sono uno scrittore serio, e non posso accettare che tu ti faccia una tale opinione di me, che tu, in piazza o nel segreto della tua stanzetta umile, patetica, della cui desolazione davvero vorrei chiederti scusa, benché questa a ben vedere non sia affatto colpa mia; nel segreto della tua stanza, dicevo, non posso accettare che tu pensi male o parli male di me. Mi tocca inventare qualcosa per finire questo pezzo, o meglio per iniziarlo, giacché fino adesso non ho fatto altro che prendere tempo con periodi tanto ariosi quanto privi di avvenimenti: e allora vado a casa del mio amico Maurizio.
Il mio amico Maurizio è una bravissima persona, con cui si ride, si scherza, ci si ubriaca, ma a cui però puoi (no, tu, lettore, tu non puoi. Io però posso, perché è amico mio) confidare pensieri gravi e importanti, e lui troverà le parole giuste, il consiglio azzeccato, oppure si limiterà a guardarti con una faccia come per dire “Eh! Queste sono cose grosse, davvero, però io, per quel che conta, ti sono vicino”. A volte non solo ti guarda così, ma apre anche bocca, e dice: “Eh! Queste sono cose grosse, davvero, però io, per quel che conta, ti sono vicino”. Io gli voglio molto bene, a Maurizio; ma non sono l’unico, ché Maurizio è simpatico, gentile, ed è un gran lavoratore. Lavora anche adesso, in questo momento, mentre busso a casa sua. In mano ho una bottiglia di vino e porto una camicia celeste: vedeste come mi stanno bene, le camicie celesti! Poi però porto i jeans e le scarpe da tennis blu, per sdrammatizzare l’insieme: non sono mica uno sfigato, uno che va a casa dei propri amici vestito come per un matrimonio. No, io mi vesto bene, tranquillo ma elegante; e la ragazza del mio amico Maurizio lo nota subito (ci conosciamo da tanto!) e mi fa i complimenti, così, sincera com’è lei, col sorriso sulle labbra. Mi dice che purtroppo Maurizio non c’è, che stasera lavora, lo so com’è Maurizio, che però posso restare, magari senza aprire quel vino, ché tanto adesso stava bevendo una birra e poi se ne sarebbe andata a letto.
Io lo so com’è Maurizio. Perciò entro e bevo una birra con la sua ragazza, anche se si è un po’ scaldata (e quanto può bere una ragazza sola in casa?), allora lei ci tiene ad aprirne un’altra fresca, gelata. La beviamo sul divano, guardando un film senza importanza, che è un po’ moscio, sfiga, ma comunque davvero non ha importanza; lei però ci tiene a trattare l’ospite con cortesia, per cui va a prendere un film bello che dovevano vedere con Maurizio, però lui lavora sempre, lavora troppo (sempre, in effetti, è troppo), quindi ce lo vediamo noi. Lei mette su questo film, di cui vedremo solo un pezzetto per rispetto verso Maurizio, e io intanto apro la bottiglia di vino rosso, di gradazione piuttosto elevata, che ho portato con me. Il film non è male, ma non voglio appassionarmici troppo perché poi non riuscirei a smettere di guardarlo, e invece glielo devo, a Maurizio; per cui invece di guardare il film con l’attenzione che magari meriterebbe, essendo come detto un bel film, guardo più che altro lei e le parlo di Maurizio. Io le dico che è bravo, e sì, lei conferma che è bravo; io continuo, le dico che è gentile, e lei, anche qui deve concedermi che Maurizio è gentile; poi è onesto e pensa al futuro, no?
Sì, è onestissimo, forse scherzo? E pensa a tutto, davvero. Ecco, dico così (devo pur trovargli un difetto, proprio perché gli voglio bene), forse pensa un po’ troppo. Forse, e calzo sul forse, potrebbe essere un po’ più leggero. Pensare meno al lavoro, ad esempio, no? e la guardo. Lei beve vino rosso, vedendo in me giustamente un amico e una persona con cui confidarsi (una sorta di Maurizio, direi, ma con meno complicazioni sentimentali e con meno difficoltà a criticare Maurizio), beve vino e mi guarda a sua volta. Ho ragione, nota alla fine, c’è in Maurizio anche qualcosa che non va. Ad esempio, lui mai si sarebbe presentato a casa d’amici a quest’ora – mancano ormai pochi minuti alla mezzanotte e alla scadenza di qualsiasi concorso letterario – con una camicia celeste, un sorriso impeccabile e una bottiglia di vino. Maurizio potrebbe imparare qualcosa da me. Adesso tocca a me annuire: parliamo di lui, va bene, ma parliamo anche di noi, perché io capisco quello che dici e voglio capirti, per poterti poi meglio spiegare e comunicare a Maurizio. Quest’ultimo periodo probabilmente contiene errori logici e di consecutio; tuttavia, la bottiglia è quasi vuota e certe cose passano inosservate, come un braccio gettato intorno ad una schiena a pochi minuti dalla mezzanotte e una spallina nera che continuamente cade (lei la solleva), cade (la solleva di nuovo; ridiamo), cade, e smettiamo di ridere.
Qualche tempo dopo, probabilmente, a voler essere logici, tra qualche tempo a partire da ora, si presenta a casa mia Maurizio. Come sempre, è gentilissimo, e anche se ha un volto preoccupato come raramente gli avevo visto la prima cosa che fa è congratularsi con me per la partecipazione a quel concorso sulla sfiga. Io lo ringrazio, taglio corto coi convenevoli e gli chiedo che c’è. Mi sposo, mi fa Maurizio, mi sposo perché la mia ragazza è incinta; e mi fa rabbia perché io sono sempre stato serio (lo so, Maurizio, lo so bene che sei serio), però anche in questi casi può capitare una sfiga. Lo so bene, la sfiga esiste, gli dico; bella sfiga, Maurizio. Lo sa anche lui. Lui sa quasi tutto, anche se non te lo fa pesare. E in più è serio, e quella ragazza la sposa (lei è contenta di sposarlo, perché lui è onesto, lavora, ha già approntato tutto per il futuro. Maurizio ci pensa, alle cose).
E quindi niente, sono sfighe. Perché le sfighe succedono, lettore mio, succedono di continuo anche o forse soprattutto alle brave persone: prendi Maurizio. Perciò mi pare il minimo dedicargli questo racconto: forza, Mauri.

[GattusometroPoetare con i piedi]

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...