Iperboloser

di Jacopo Cirillo

– Manifesto –

Ci sono due modi per raccontare storie: la noiosa verità e la mirabolante esagerazione dei fatti. L’esagerazione dei fatti, o iperbole, è bella perché è una caricatura.
Wittgenstein (yawn) diceva che fare una caricatura non è altro che privilegiare e mettere l’accento su una parte in rapporto con il tutto, creando dunque, dico io, una sproporzione. O meglio, un’asimmetria. L’asimmetria fa ridere e fa pensare, perché non è regolare, dunque buffa, e va messa a posto gestalticamente con la propria testa.
L’iperbole, la storia esagerata, segue esattamente questa dinamica: è divertente e fa lavorare il cervello. Fa ridere e fa pensare. Ci sono poi due ruoli che si alternano nelle storie: la banalità dei vincitori e il sorprendente spessore dei perdenti. Le storie dei vincitori sono retroattivamente incastrate nel rasoio di Occam: la soluzione è spesso la più semplice e ovvia. Quando le leggi, sembra che tutto sia andato liscio, che sia successo quello che doveva succedere e niente altro. L’eroe ha vinto perché è buono, la soluzione più semplice è che vinca. Non si scappa.

Le storie dei perdenti invece sono più belle perché i perdenti, per tirare acqua al loro mulino, si raccontano in modo più personale, più soggettivo, si guardano dentro non potendo ovviamente aggrapparsi alla rassicurazione dei fatti oggettivi. Trovano la verità dentro di sé, non fuori, come Karate Kid. Solo che loro perdono per costituzione.
E la verità soggettiva è infinitamente più interessante: come diceva qualcuno (quel qualcuno era Kierkegaard ma avevo paura di annoiarvi ancora di più), con soggettivo non si intende un attributo relativistico ma una appropriazione della verità in termini esistenziali. La verità per me. Negli Iperboloser accoppieremo felicemente questi due fenomeni, raccontando storie esagerate di grandi sfortunati. Quel ganzo di Walter Benjiamin ha detto che la storia è il bottino dei vincitori. L’iperbole, allora, è la risorsa, forse l’ultima, dei perdenti.

– Évariste Galois –

Il piccolo Évariste, nel 1820, era un bambino solitario e problematico. Tutti lo prendevano in giro perché il suo cognome si pronunciava come la marca di sigarette. Hei Évariste, ce l’hai una paglia? Ahahahahahaa! – lo schernivano.
Hei Évariste, fabbricami una sigaretta, ahhahaha! – lo irridevano, basandosi sul fatto che al tempo si prendeva il tabacco e le cartine e si fabbricavano le sigarette da soli. Allora i giovani dicevano “fabbricare” invece di “fare su”.
Per questo il piccolo Évariste diventò un genio della matematica e un abile intagliatore di legno. Portava sempre il suo coltellino svizzero con sé. Un po’ più grandicello, a quindici anni, fu convocato dal re che voleva fargli i complimenti per aver risolto un problema che assillava la matematica da millenni, cioè determinare un metodo generale per scoprire se una equazione è risolvibile o meno con operazioni quali somma, sottrazione, moltiplicazione, divisione, elevazione di potenza ed estrazione di radice, ma le guardie notarono l’oggetto contundente e lo misero in galera.
Quivi il piccolo genio, irriso dai secondini con frasi tipo: Évariste, fatti una paglia prima dell’impiccagione ahahahah!, scrisse la sua grande opera sulla teoria delle equazioni che propose prima a Cauchy, che gli disse di no, poi a Fourier, che gli disse di sì poi però morì e si portò nella tomba tutto il megaprogetto del tabagist… ehm di Évariste.
Uscito dal carcere, a vent’anni, si innamorò di una tabaccaia e morì in duello per difendere il suo onore e una partita di toscanelli. Si racconta che l’ultimo desiderio di Évariste sul letto di morte fu la prima sigaretta della sua vita.
Tossì, prima di spegnersi.

– Mitridate –

Mitridate VI, re del Ponto dal 120 a.C. al 63 a.C., dovrebbe essere noto a tutti per la sua incredibile paranoia.
Quando aveva 12 anni, suo padre fu ucciso in una congiura, perfettamente normale ai tempi, e il giovane Mitridate si rifugiò, per precauzione, sui monti. Ci rimase sei anni, covando rabbia e accumulando un trauma infantile dopo l’altro, fino a quando decise di tornare in patria, imprigionò la madre per paura che gli usurpasse il trono e uccise tutti i suoi fratelli a parte una, Laodice, che sposò. E, non pago, chiamò sua figlia Mitridate perché in realtà voleva un bambino e aveva paura che la madre, peraltro in catene già da una bella decina d’anni, tentasse uno scambio di culla. L’altro figlio lo chiamò, ominosamente, Mancare.
È chiaro dunque quanto Mitridate fosse fuori di testa e terribilmente paranoico.
Non si poteva alleare con nessuno perché poi aveva subito paura di essere fregato. Famosa ormai la controversia per la spartizione della Paflagonia con quel vecchio bonaccione di Nicomede III che, in cuor suo, avrebbe anche lasciato la sua parte al reuccio ma che fu poi innervosito dalla sua eccessiva circospezione e così si alleò con i Romani che massacrarono metà dell’esercito di Mitridate, inventore, col senno di poi, delle famose profezie che si autoavverano.
A un certo punto, suo figlio piccolo Fornace si stufò di avere un nome così ridicolo, una madre in carcere, tutti i fratelli morti, una zia/mamma, una sorella con un nome da maschio, un fratello il cui nome presagiva morte e soprattutto un padre in para persa (come dicevano i giovani di allora), dunque capitanò una ribellione contro Mitridate che, vistosela male, tentò di avvelenarsi. Solo che era da anni che assumeva piccole quantità di veleno per immunizzarsi da eventuali attentati (seee, come no) e dunque non morì affatto, giusto un po’ di intontimento. E fu costretto a supplicare un povero diavolo che passava di lì di trafiggerlo con un gladio. Bituito, il suo nome, non era tanto convinto ma quando gli dissero che la vittima era quel vecchio paranoico insopportabile non ci pensò due volte e lo passò con la spada.

– Pete Best –

Pete Best, erroneamente noto per essere quello che ha scaldato il seggiolino a Ringo Starr quando non aveva ancora una base d’asta, in realtà dovrebbe essere ricordato per la sua rara sensibilità e il suo carattere introverso ma profondo. Il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere.
Pensate, il dolce e tenero Pete aveva la sua mamma come manager quando, nel 1960, fu scelto come batterista dei già affiatati Beatles. Era un musicista preparato e un bel ragazzo ma Allan Williams lo scelse solo perché non trovava nessun altro che volesse sorbirsi una tournée ad Amburgo praticamente a gratis.
Tutto andava bene tra i quattro amici: quando John, Paul e Gorge si divertivano nel modo sfrenato e senza inibizioni che solo i giovani possono sostenere, il tenero Pete stava in un angolo, guardando il cielo e gioendo per ogni stella cadente, limitandosi a raccogliere i cocci delle bottiglie di whiskey che quei burloni gli tiravano addosso, mancandolo quasi sempre.
Tornati a Liverpool, i ragazzi erano pronti a incidere Love me do. Era il 1962.
Pete era molto entusiasta ma gli altri tre minimizzavano, Ma che sarà mai, è anche un po’ lagnosa, eppoi troppo facile fare rima con “do”, sono capaci tutti e, mentre lo dicevano, si facevano l’occhiolino e il gomitino tra loro.
A un certo punto, durante le prove, il manager Brian Epstain entrò con quel capellone che suonava la batteria con Rory Storm & The Hurricanes, dai quello con un nome chiaramente inventato, e disse, guardando Pete, Qui c’è qualcuno di troppo e non è Ringo Starr. E neanche io, visto che sono il manager. Il cerchio si restringe.
Grazie alla sua profonda sensibilità, Pete capì all’istante e, mogio, tornò dalla sua mamma che immediatamente si autoriqualificò come manager delle coccole, consolando l’inconsolabile.
A somma beffa, qualche anno fa i Beatles superstiti consegnarono un assegno da un milione di sterline al vecchio Pete che, guardandoli con tanta sensibilità, gli disse, Eh grazie, proprio adesso che è da una vita che non ci ho manco gli occhi per piagne.
Accettò tuttavia l’assegno.

– Georges Jacques Danton –

Il padre di Danton si sposò, ebbe cinque figli, li perse tutti e rimase vedovo, l’anno dopo si risposò, ebbe sette figli e morì. La sua vedova si risposò, ebbe quattro figli e morì, come morì il suo secondo marito e un bel po’ di figli. In tutta questa caciara l’unico bambino ciccione che, grazie all’adipe, sopravvisse fu il “piccolo” Georges.
Danton era una testa calda: invece di andare a scuola si fece, nell’ordine, spaccare un labbro da un toro, rompere il naso da un mulo e sfregiare la faccia dal vaiolo. Diventò talmente brutto che la carriera del ciccione buontempone gli scivolò via come sabbia tra le dita.
Arrivato a Parigi per inseguire la carriera forense, si sposò, diventò avvocato e si preparò a passare il resto della sua lunga vita in tranquillità. Poi però arrivò la rivoluzione francese e Danton ne diventò, a suo malgrado, uno dei protagonisti. Per non avere troppe scocciature si limitò ad arringare le folle e fare da paraculo a Marat, pensando: dai valà, così me la sfango con poco e ci faccio anche la figura del padre della rivoluzione.
Non l’avesse mai detto.
Fu, nell’ordine, rappresentante di distretto, presidente del Club dei Cordiglieri, ministro della giustizia e membro del Comitato di Salute Pubblica. A questo punto, pensò Danton, non ho niente da rimproverarmi, ho già dato, mo insisto un po’ per l’istituzione della repubblica e sono a posto.
Non l’avesse mai detto.
Fu ridicolmente accusato di essere “disertore di pericoli” – come dire “troppo tranquillo” – e dopo una delle più famose orazioni di Francia i giudici lo condannarono alla ghigliottina.
Sul patibolo le ultime sue parole rivolte al boia furono: «Mostra la mia testa al popolo: ne vale la pena!», mentre il popolo si allentava il colletto della camicia e diceva: ehm, ho un appuntamento urgente, sarà per la prossima volta.

– Felix Guattari –

Felix Guattari era un gran campione. Comunista, antistalinista, attivista, psicanalista e chissà cos’altro. Era l’enfant prodige di Parigi, tutti lo rispettavano, lui snobbava i corsi della Sorbona, snobbava Merleau-Ponty (che tanto quando scrive non si capisce niente) e si faceva bello con le giovinette dando contro a Freud. Lacan lo prende sotto la sua ala, lui fonda una clinica psichiatrica e, quasi quarantenne, nel 1968, si appresta a diventare il re della rivolta studentesca, che magari si rimedia anche qualcosa di buono.
Ma aveva fatto i conti senza l’oste: Gilles Deleuze, il guastafeste o, come dicono a Cesena, lo spezzabolgia. Che gli dice, guarda che per diventare famoso ti devi mettere con me, farmi da ghost writer per qualche libro grosso e io, forse, se mi va, posso mettere il tuo nome scritto in piccolo da qualche parte in quarta di copertina. Ma mi devi dare un contributo per la pubblicazione.
Guattari si spaventa e inizia a piegarsi, più per fame che per timore, alle angherie di Deleuze che lo tiene fino a notte fonda a scrivere l’anti Edipo. E, intanto che c’è, lo fa pedalare su una cyclette per produrre energia elettrica. E, a fronte di un frugale pasto con un tozzo di pane e un tozzo d’acqua, il filosofo nicciano consuma pranzi luculliani alla faccia del povero Felix, biascicando: scrivi scrivi, che tanto alla fine la pacchia sarà solo per me… ehm… volevo dire per noi.
Dopo il grande successo del primo volume di Capitalismo e schizofrenia, Guattari prova a fuggire ma i mesi di stenti e di pulizie di primavera nella soffitta parigina di Deleuze lo avevano stremato, dunque si rassegna a scrivere anche tutto Millepiani mentre il suo angarione si fuma delle gran Gitanes senza filtro e si fa giuoco del fatto che lo schiavo si chiami Felix di nome (come Felix il gatto) e Guattari di cognome (pron. Gattarì), elaborando in panciolle il famoso rovesciamento platonico e la filosofia antirappresentativa partendo proprio da questo simpatico bon mot.

– Howe Gelb –

Howe Gelb non aveva mai voglia di fare un cazzo. Stava sempre in casa, a Tucson, Arizona, a strimpellare con la chitarrina e a leggere Dune.
Un giorno, completamente controvoglia, decise di formare un gruppo rockfolk, i Giant Sand e, talmente pigro, prese il nome dai mostri della sua serie di romanzi preferita (i vermi giganti della sabbia o qualcosa del genere).
Visto che non gli passava neanche per la testa di sbattersi per trovare i componenti della band, tirò su tutti quelli che passavano, senza accertarsi sulla loro effettiva capacità di musicisti né sulla loro integrità come persone.
Che errore madornale.
Dopo un po’ di tempo, quando incredibilmente Lazy Howe (questo l’affettuoso nomignolo) cominciò a imbroccare qualche canzone, le brutte persone che formavano i Giant Sand si guardarono in faccia (Gelb stava pisolando sul divano) e si dissero, ma insomma, visto che siamo esseri umani orribili, perché non formiamo un gruppo tra noi, prendiamo gli spiccioli di celebrità di questo morto di sonno e non diventiamo ricchissimi e famosissimi alla faccia sua? Mai come in questo caso, la risposta spontanea di tutti non fu: perché? ma: perché no?
E infatti lo fecero. Durante la siesta quotidiana di Howe (tra l’altro, la siesta si chiama così perché corrisponde alla sesta ora della meridiana, cioè mezzogiorno, il momento in cui nei conventi ci si raccoglieva in preghiera e, dopo un lauto pasto, ci si addormentava. Sapevatelo!), depredarono la sala prove e si misero in proprio formando i Calexico, pensando di averla fatta in barba al dormiente.
In realtà Howe Gelb non stava dormendo, “stava solo riposando gli occhi” (cit.), e si era accorto di tutto ma era talmente pigro da considerare l’inazione come l’unica mossa intelligente da fare in quel momento.
Ed è per questo che adesso i Calexico sono bellissimi e miliardari e Gelb non ci ha manco gli occhi per piagne.

[Finzioni]

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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