L’alfabeto Morris

di Francesco Contini

Uno pensa di essere sfigato, che non ha mai vinto concorsi a premi, pure ingurgitando tonnellate di merda con i punti sopra.

E quando andavo al bar li guardavo, i tizi che al cornetto e al cappuccino ci aggiungevano sempre un tiro di dadi, un grattevvinci. Un giornale e un grattevvinci, una pasta e un grattevvinci, un succo due caffè tre grattevvinci. Quelli lì ogni mattina una speranza si comprava a due euro o quel che è. Chiamarli stupidi si faceva presto, e in effetti non ci si sbagliava di molto. Però c’era quella cosa: la routine della speranza.

Questo vecchio, la mattina, con gli abiti neri ingrigiti dall’uso, i capelli dal tempo e gli occhi dalla cataratta, era un routinario della speranza. La colazione non la faceva: s’aggirava per i tavolini lì nel patio, piluccava qualche giornaletto di provincia, ma, a mio parere, nemmeno arrivava a capire le figure. Tutti i giorni, come fosse un’ape con la sua danza dell’amore, svoltava tra i tavoli sempre uguale, lui e le svolte, e in meno di dieci minuti s’appressava al banco: un grattevvinci. Io credo che la gran parte della sua giornata si svolgesse nell’attesa di quella danza che l’accostava alla speranza. Io l’immagino che estratta la moneta dal portasoldi, grattata via la copertura dorata, lui compisse un rito. Non le guardava le robe che uscivan sotto, non credo che capisse il gioco come doveva andare, né che potesse leggere alcunché. A grattare l’aiutavan la vecchiaia e la morte, col tremore.

Io al bar ci andavo per farmi i fatti miei, non è che mi interessasse quell’umanità stantia, acchiappata nel giorno che viene, e capitò un giorno per caso che ci incontrai il vecchio. Era la mattina assai presto, e questo lo si spiega con l’insonnia dei vecchi e con l’impazienza pel rito. Ci riandai un paio di volte, a quell’ora, per vedere se ce lo ritrovavo, il vecchio. Poi non smisi, quando arrivava il vecchio ero già lì da qualche minuto, e la mia routine era pure questa: me lo guardavo, ingollavo quello che rimaneva della colazione e me ne andavo.

Era un bel mercoledì d’inverno: le giornate che ti immagini il Cristo crocefisso sotto quel cielo: le masse d’acqua nere che si muovono nell’aria come gigantesche aeronavi non umane: il vento che sferza e fischia: l’anima delle persone che si rattrappisce pel freddo nel didentro. Il patio era chiuso dalle tende di plastica, e riscaldato da un paio di sifoni col collo dorato. Il vecchio scostò il tendino dell’ingresso e cominciò la danza. Dieci minuti ancora al grattevvinci. Io l’ho visto che quella volta il vecchio era venuto accompagnato. Quando arrivò al bancone, al solito, si grattò la sua schedina col tremore suo. Io non ve l’ho detto che lui le schedine le buttava appena finito di grattare, ma il macchinista di quel bar lì alla cassa le guardava per lui, di soppiatto ché non gli era stato chiesto. Quella volta s’udì distinto.

«Signore! Prego, signore!» Non si gira. Il macchinista chiama ancora: «Signore, guardi, venga qui per cortesia.»

Ho sempre pensato che il vecchio fosse una persona di quelle che i vucumprà gli rifilan sempre la roba, che non sanno dir di no: di quelle che i tossici ci fan le collette sopra. O forse, che ne so, pensava d’essersi dimenticato di pagare. Altrimenti non sarebbe tornato.

Confabulano un po’, il pubblico non sente. S’avverte la voce preoccupata del macchinista: cresce di volume. Ci s’accorge di un «sta bene… Maria, porta un po’ d’acqua… Chiamate qualcuno per favore, Gianni porta una sedia.»

Quel vecchio aveva vinto. Cento euro, forse duecento, ed era morto. L’ambulanza bloccata dal temporale che aveva principiato a batter violento sul telone del patio. Le persone fingevan d’agitarsi; qualcuno s’agitava sul serio. La maggior parte, credo io, stava congegnando se ci fosse una maniera per utilizzare quel biglietto da 200 euro senza apparir cinici. Io me ne andai nel temporale, che la fortuna sua m’aveva portato via il mio passatempo.

Uno pensa di essere sfigato, che non ha mai vinto concorsi a premi, pure ingurgitando tonnellate di merda con i punti sopra, che poi arriva sempre un tizio che ti dice che in qualche parte del mondo c’è qualcuno senza braccia, e senza gambe, e senza testa, che comunica scorreggiando nell’alfabeto Morris.

[Blasfemie]

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(marco manicardi)
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