Miniere / Dal carbone al mercurio

di Isabella Dessalvi “Isa Dex” e Cristiano Bocchi “soundcatcher”

– Miniere –

La fortuna è una cosa semplice.
La fortuna sono cinque euro per terra, un treno arrivato in ritardo quando tu sei in ritardo, un sorriso al momento giusto e qualche volta la fortuna ti salva la vita o te la condanna.
Questo è un racconto di fortuna, di sfortuna ma soprattutto di minatori, da una parte all’altra d’Italia.
Il fratello di mia nonna si chiamava Terenzio.
Loro in famiglia avevano tutti nomi un po’ così, mia nonna si chiamava Mafalda, la sorella Ciselda e il fratello Terenzio.

La mia bisnonna veniva da Pontremoli, in Toscana, avevano mandato il padre a lavorare in Sardegna. Non so se avesse fatto qualcosa per essere punito, questa parte della storia non viene raccontata, comunque finì a lavorare nelle miniere del Sulcis e mia nonna nacque là in un paese chiamato Buggerru.
Era bassottina ma aveva i capelli biondi e gli occhi verdi; era un fuscello ma non si piegava e quando la madre morì presto fu lei a prendersi cura degli altri fratelli più piccoli.
Questo suo fratello Terenzio, come dicevamo, lavorava dentro la miniera da dove si estraeva il carbone.
Insieme agli altri entrava la mattina presto e usciva la sera col buio, con le mani, la faccia e il corpo sporco di polvere nera fin dentro le mutande.
Terenzio per me, che l’ho conosciuto solo da bambina, aveva una faccia strana, parlava poco, non si sposò mai e quando andò in pensione raggiunse mia nonna a Cagliari, dove aveva sposato un cagliaritano D.O.C.
Aveva una sua stanzetta dove il pomeriggio riposava. Io andavo a spiarlo perché la sua specialità era russare con un fischio fortissimo, probabilmente un regalo dato dalla vita condotta nei cunicoli ad estrarre carbone.
Quando ancora era giovane accadde un episodio che a casa mia veniva raccontato sempre quando lui non c’era, e che rimase un po’ come leggenda.
Come tutti i giorni Terenzio prese la sua attrezzatura e scese in miniera; si avviò lentamente assieme agli altri ma rimase indietro.
Chissà cosa gli passava per la testa; forse, come capita a tutti, quel giorno non aveva voglia di lavorare o era innamorato o gli facevano male le scarpe o… insomma rimase indietro.
Proprio in quel momento ci fu la fuga di Grisù e parte della minierà crollò.
Lui rimase sepolto per metà. Solo per metà, gli altri per intero.
Fortuna o sfortuna.
Si salvarono, lui e pochi altri; quando uscì dall’ingresso della miniera, quell’ingresso che portava ai tunnel dove tanta gente aveva avuto sfortuna, le persone assiepate fuori rimasero a bocca aperta perché dallo spavento gli erano divenuti i capelli bianchi.
Tutti bianchi tranne un ciuffo in mezzo alla testa che era rimasto del colore originale, forse a ricordargli per sempre quel giorno in cui ebbe fortuna.
Alla fine della sua vita, quando invecchiò per davvero, i capelli bianchi ripresero il loro colore originale e il ciuffo scuro si fece bianco.
E un giorno Terenzio smise di fischiare.

– Dal carbone al mercurio –

La corriera arriva dal Lazio, i più saccenti sostengono proprio da Roma, portando le “mesticherie”: spago, pentole, camere d’aria per biciclette, macinini da caffè, lacci di caucciù, pietre d’arrotino e qualche sparuto passeggero che viene o torna sull’Amiata.

I minatori sono di due tipi e si possono riconoscere anche dalle scarpe: basse e chiodate per quelli che cavano la pirite sulle colline metallifere, stivaloni per quelli che estraggono il mercurio direttamente dall’Inferno che questo antico vulcano spento, da qualche secolo, tappa.
Il mercurio si ottiene dal cinabro: rosso come il sangue che la silicosi stilla nei polmoni, fetido come i tumori che arrivano in premio a chi lo distilla.
Partono col buio, i minatori: a piedi, in bicicletta, col barroccio.
Scherzano, ridono, cantano e stranamente bestemmiano poco.
Tornano col buio, i minatori, e nell’intero turno, che poi coincide col giorno solare, diventano poeti, musici, novellieri.
Cantano di ballerine facili, di sindacati potenti, di vino da due soldi, della “tigna” invincibile che fa di un normale lavoratore un cavatore.

Tigna che spaventa i nazisti, tigna che terrorizza i fascisti e sia chiaro; la miniera non si tocca, è una questione privata tra l’Inferno e i suoi pendolari.
Quando nasce una femmina viene mandata a servizio dagli ebrei, a Livorno, che delle miniere sono i padroni.
Le trattano bene queste figlie dell’Amiata, perché sanno che i fidanzati, i fratelli, i babbi, gli zii, i nonni lavorano dalla stessa parte.
Dal cinabro si ottiene anche una splendida tinta rossa che ha decorato e abbellito le dimore degli etruschi e le ville dei romani, ma a noi non interessa; a noi importa dell’argento vivo, del metallo pesante che mangia l’oro, che rende le misurazioni precise, persino quelle delle febbre.
A pensarci bene, Mercurio, il dio greco che porta lo stesso nome è altrettanto sfuggente, infido e trasversale, ma in quel caso i piedi sono muniti di ali, non di stivaloni.

In una casa come tante, Bruno, quarto figlio di quattro, smette di lavorare il mercurio e si appresta a passare alla pirite.
Non ci è dato sapere per quali motivi viene trasferito: sappiamo solo che nelle miniere in collina, tra la Maremma e la Val di Cecina, i tre fratelli più grandi ci lavorano da anni ed aspettano con ansia il suo arrivo: la salvezza di un altro stipendio in un’epoca di stenti.
Ma lui per un’intera settimana è stato a casa, perché senza le scarpe adatte non si può scendere in galleria e del paio ordinato per posta non c’è traccia da giorni.
Un’intera settimana “a spasso”, senza paga, con la madre che spera in un miracolo…

La corriera riparte da Santa Fiora diretta verso la maremma; le mesticherie sono state consegnate e i visitatori hanno lasciato il posto ai minatori che ogni settimana vanno a fare lo stesso lavoro da un’altra parte.

Mamma e figlio si affacciano alla finestra, a salutare i compaesani che scendono verso le colline.
L’autista si sporge, guarda in alto e dice al giovane: «Le tue scarpe sono arrivate, adesso non hai più scuse: tra 5 minuti si parte, sbrigati!»
La madre sorride e guarda il figlio vestirsi, prendere la “gamella” col mangiare, caricare a tracolla la piccola sacca per gli indumenti e scendere scalzo verso la corriera tra colleghi che ridono e lo prendono in giro. Lo saluta commossa e ringrazia la buona sorte giunta sottoforma di scarpe.

L’indomani, 13 giugno 1944, tedeschi e fascisti della Repubblica Sociale accerchiano il villaggio minerario di Niccioleta, sorprendendo nel sonno i minatori. Vengono rastrellati più di cento uomini. Rinchiusi in un rifugio antiaereo, interrogati, percossi e, dopo l’uccisione di sei che più degli altri risultavano indiziati di connivenze con i partigiani, vengono avviati a Castelnuovo Val di Cecina.
Settantasette di questi ultimi, i cui nomi figuravano nell’elenco di chi aveva partecipato ai turni di guardia per la protezione degli impianti minerari contro le distruzioni tedesche, vengono portati in una depressione, tra i soffioni boraciferi, e lì uccisi a colpi di mitraglia.
Era il 14 giugno 1944. Le vittime complessive dell’eccidio furono 83.

…ero piccolo quando la Nina morì: mia nonna, amica d’infanzia, la pianse parecchio ed in pochissimo tempo ne adottò il tipico modo di imprecare: «maledette quelle scarpe!»

A Santa Fiora nacque un prete, Monsignor Ernesto Balducci, che dai minatori ci andava per mischiarsi e levarsi un po’ il puzzo che si prendeva a Roma.
Lui disse: «La miniera era il loro inferno, ma anche il pane delle loro famiglie.»

[Il Punto di Merda] [Fadetogrey (reloaded)]

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(marco manicardi)
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