La legge dei gravi / In The Backseat

di Andrea Vigani “chamberlain”

Mitch Williams aveva una linea della vita molto corta, e aveva già ventidue anni. Doveva porre rimedio a questo insopportabile disordine. Nelle ultime due settimane aveva caricato nel suo iPod un solo album, Funeral degli Arcade Fire, che suonava a ripetizione. Lo considerava una colonna sonora perfetta per preparare la sua uscita di scena. Si era accorto che durava esattamente il tempo di arrivare in ufficio, al trentanovesimo piano del Cromwell Building nell’Upper East Side, e dal suo punto di vista questo valeva più di qualunque giudizio estetico.
Tutte le mattine il giovane Mitch aspettava che le porte della metro si chiudessero, sistemava gli auricolari, e schiacciava. Play.
[And if the snow buries my…my neighborhood, and if my parents are crying, then I’ll dig a tunnel from my window to yours, yeah, a tunnel from my window to yours]
La perfetta sincronizzazione della durata dell’album con il percorso casalavoro era una di quelle cose che lo facevano impazzire, una di quelle ossessioni, quasi psicotiche, con le quali pensava di avere imparato a convivere, e che contemplavano il controllo totale di ogni sua attività fisica o psichica. Niente poteva essere lasciato al caso. Quando aveva capito che i rapporti con individui appartenenti al genere umano implicavano necessariamente una certa irrazionalità delle dinamiche comportamentali, aveva deciso di limitare le sue relazioni sociali a soggetti di cui fosse in grado di prevedere con esattezza ogni reazione: sua madre, suo padre, se stesso.
Aveva escluso suo fratello, considerandolo una forma di vita vegetale.
La mattina del primo settembre, Mitch e la metropolitana avevano inaspettatamente accumulato un ingiustificato anticipo sulla tabella di marcia, anticipo di cui si era reso conto una volta che, arrivato nell’atrio del Cromwell, negli auricolari bianchi risuonavano ancora le note di Funeral.
Fu così che quella mattina dovette restare fermo davanti alla porta dell’ascensore esattamente due minuti e sedici secondi, perché le sue orecchie si riempissero di quel silenzio ad alto volume che, dopo l’ultima nota, ti avverte che è tutto finito. Mitch aveva interpretato quella discrasia come un segno inequivocabile, l’impercettibile crepa che, se non fosse intervenuto, prima o poi avrebbe fatto crollare l’intero palazzo.
Il sole riempiva l’enorme stanza al trentanovesimo piano dove lavorava insieme a una decina di persone; la sua scrivania era la più defilata, lontana dall’ingresso, proprio sotto a una finestra che affacciava sulla West End Avenue. Il campione di umanità imperfetta contenuto in quelle pareti di cartongesso e vetro, e con cui condivideva quell’incidente della sua esistenza chiamato lavoro, lo vedeva entrare tutte le mattine alle nove e lo salutava educatamente. Mitch rispondeva con un sorriso, attraversava la stanza, e andava a sedersi al suo posto, scomparendo. Non amava essere notato. Faceva bene il suo lavoro, quel tanto che basta per non non dare troppo nell’occhio.
[I like the peace, in the backseat, I don’t have to drive , I don’t have to speak, I can watch the countryside, and I can fall asleep]
Come tutte le mattine si era seduto alla scrivania, aveva sistemato ordinatamente il cellulare e l’iPod sul tavolo sgombro, e aveva tirato fuori dal cassetto un pacchetto di sigarette. Dalla finestra aperta filtrava un fascio di luce che, pensò, aveva quasi le sembianze di una scala. Un altro segno. Si alzò, accese una sigaretta e si affacciò. Nessuno ci fece troppo caso.
L’aria era fresca, il cielo terso e azzurro. Strinse le mani al parapetto e lasciò che un filo di vento fresco gli lisciasse il viso. Si concentrò sui rumori della strada e chiuse gli occhi. Li riaprì, e guardò in basso. Tanti minuscoli esseri umani, dal punto di vista di un altro non ancora per molto essere umano. Lasciò correre lo sguardo, avanti e indietro, fino a quando non venne attratto da un puntino rosso proprio sotto di lui. Si mise a fissarlo, e cominciò a far ondeggiare la testa, avanti e indietro. L’aria si fece improvvisamente tagliente, i rumori della strada si attutirono, una sensazione di leggerezza inaspettata lo invase. Lo sguardo era inchiodato su quel puntino rosso che, con una velocità impressionante, stava diventando sempre più grande.
Lo schianto di Mitch Williams contro il parabrezza di una Dodge Charger rossa del duemilasei fu nitidamente percepito a tre isolati di distanza, e il suo volo fu osservato in tutto il suo spettacolare sviluppo dalle decine di persone che attraversavano la West Avenue.
[Alice died In the night I’ve been learning to drive, my whole life, my whole life I’ve been learning]
Mitch si svegliò il giorno seguente con un mal di testa insopportabile. Sollevò le palpebre con un certo sforzo, e rimase atterrito, terrorizzato dall’idea di essersi sbagliato. C’era qualcosa dopo la morte. Mise a fuoco quello che gli stava intorno. Bianco, tubi, suo padre, infermiera. Forse non c’era niente invece, era in un ospedale e, cosa che gli sembrò inconcepibile, praticamente illeso (due gambe spezzate e qualche costola fratturata erano, in quelle circostanze, un particolare su cui si poteva momentaneamente soprassedere).
Il terrore divenne sconforto, che si trasformò in incredulità e quindi in una rabbia selvaggia, che si assopì immediatamente in una profonda, inconsolabile tristezza. Era vivo. Porca puttana. Era ancora vivo.
Eppure il suo non era stato un gesto istintivo, il suo protocollo suicidiario era stato studiato attentamente nei minimi particolari. Il trentanovesimo piano era il risultato di una scelta ponderata, che secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto essere probabilisticamente infallibile. Era riuscito addirittura a stabilire la velocità con la quale si sarebbe spappolato sull’asfalto. Aveva poi cercato di eliminare qualsiasi possibile interferenza emotiva, ripetendo ossessivamente ogni movimento, per svuotare ogni gesto di qualsiasi significato. Tutte le mattine, per quattordici giorni, era arrivato in ufficio, si era seduto alla scrivania, aveva lasciato iPod e telefono, si era alzato per affacciarsi a quella finestra. Tutte le mattine aveva stretto il parapetto, assaporato il nitore del cielo sopra Manhattan, e osservato la strada alla ricerca di un punto di riferimento. Un bersaglio.
Il primo settembre si era sentito pronto, ma qualcosa era andato storto.
Trentanove piani, cristo, ma avete idea di cosa siano trentanove piani? Mentre camminate per la strada, alzate la testa, e osservate attentamente quanto è alto un palazzo di sei piani. Adesso moltiplicatelo per sei, e vi mancheranno ancora tre piani per fare l’altezza da cui Mitch Williams aveva scelto di lanciarsi. Sono un essere umano, aveva pensato, un prodotto tecnicamente perfetto ma assolutamente fragile, a cui è sufficiente una caduta di pochi metri per smettere di funzionare correttamente. Ma nonostante il metodo, l’ossessione, lo studio e la preparazione, qualcosa era comunque riuscito a infrangere quella barriera di precauzioni, e a trasformare la sua drammatica uscita di scena in un patetico fallimento. Il problema era che Mitch, adesso, non sapeva come chiamarlo quel qualcosa. Aveva passato una
vita a non credere in divinità, miracoli, fortuna, caso, provvidenza, e adesso si trovava davanti a un evento assolutamente straordinario, qualcosa che lo aveva intralciato, qualcosa che gli aveva impedito di mettere la parola fine alla storia conosciuta come “vita di Mitch Williams”. Ma quella era la sua storia, lui aveva deciso quel finale, e adesso a quel qualcosa che aveva neutralizzato un volo di trentanove piani, riportandolo alla casella di partenza, doveva trovare un nome. Si chiamasse Dio, miracolo, caso, o anche solo semplicemente fortuna, un nome glielo doveva trovare.
Perché quello che Mitch Williams non poteva assolutamente sopportare era che quella cosa, la spiegazione di tutto quel disordine, non fosse altro che il fottuto parabrezza di una Dodge Charger del duemilasei. La macchina più triste prodotta negli ultimi vent’anni.
[Somethin’ filled up my heart with nothin’, someone told me not to cry. But now that I’m older, my heart’s colder, and I can see that it’s a lie.]

La mattina del 1 settembre 2010, secondo alcuni quotidiani, un ragazzo di ventidue anni, Thomas Magill, si è gettato dalla finestra della propria abitazione al trentanovesimo piano di un palazzo nell’Upper East Side di Manhattan, e dopo un volo di centoventi metri si è salvato.
Probabilmente, in questo preciso momento, anche lui sta cercando di capire qualcosa a cui, forse, non riuscirà mai a dare un nome.

[la versione di chamberlain]

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...