Dante era un bambino peloso

di Federico Caprari “Ranchero Caborca”

Dante era un bambino peloso. Gli altri bambini lo prendevano per il culo, lo picchiavano e lo chiamavano proprio così: bambino peloso.
Non era peloso nel senso che aveva il pelo matto sopra il labbro o un folto monosopracciglio sopra gli occhi. No, era proprio peloso, come un gatto, come un animale con la pelliccia. Era peloso nel senso che ogni parte del suo corpo, compreso l’intero volto, era completamente coperta di peli.
La mamma (che, sia detto tra parentesi, era una donna bellissima), la mamma, dicevamo, sembrava non farci caso, pareva non rendersi neppure conto delle implicazioni che questa disfunzione poteva avere per la vita di Dante. E lo chiamava affettuosamente “il mio orsetto”.
I bambini invece, chiunque può dirvelo, sanno essere molto cattivi. Siccome Dante era provvisto di pelliccia, i coetanei oltre a chiamarlo bambino peloso lo chiamavano pure “sfigato”.
Dante si interrogava spesso su quell’appellativo, sfigato, e si diceva che sì, bambino peloso lo era sicuramente, ma era proprio necessario che fosse pure sfigato?

Dante, il bambino peloso, aveva dieci anni quando conobbe Virgilio, lo conobbe su un vagone della metropolitana.
Virgilio gli si sedette accanto, e attaccò a straparlare e a fargli domande. Era davvero strano, puzzava anche, in lui c’era qualcosa che non andava, ma Dante non ne aveva paura e rimase fermo al proprio posto, dandogli corda, fino a quando non dovette scendere, e allora Virgilio lo salutò con una stretta di mano e un “in bocca al lupo”.
In quei dodici minuti di viaggio condiviso, Virgilio gli parlò di parecchie cose, spesso iniziando un discorso ma senza finirlo, gli accennò di qualcosa che aveva a che fare col Giappone, recitò una mezza poesia in francese, gli spiegò come fare la parmigiana di melanzane incantandosi sulle melanzane, gli elencò i vari ruoli nel gioco del baseball senza andare oltre la seconda base. Poi sul finire, appena prima di dagli la mano, si sentì in dovere di dirgli che era sieropositivo e un po’ fuori di testa.
Al posto degli occhi aveva due biglie completamente nere. Il volto pareva prossimo a crollare. Non a sciogliersi, badate bene, piuttosto a franare, come una montagna, e le biglie allora sarebbero volate via dai fori del cranio che le ospitavano, e si sarebbero perse rimbalzando lungo il treno.
Dante incontrò molte altre volte Virgilio. Anzi, si rese conto ben presto che Virgilio compariva su tutti i mezzi pubblici che prendeva. Saliva su metro, bus o tram, e trovava Virgilio.
Ben presto il bambino peloso si affezionò allo strambo chiacchierone, e ogni volta che voleva sentire uno dei suoi sproloqui in una delle cinque lingue che conosceva, gli bastava salire sul primo mezzo che gli capitava a tiro.
Virgilio conosceva i filosofi e i poeti, e aveva spesso in bocca questa parola, catastrofe, e diceva di averla vista in faccia, la catastrofe, e che lui doveva accettarla, perché sapeva bene che un giorno se lo sarebbe portato via.
Dante prese a riflettere su Virgilio. A suo modo, anche lui, Virgilio, era uno sfigato. Ma lo era in un modo diverso.
Dante era il bambino peloso. Era sfigato per una ragione intrinseca al suo essere al mondo con un corpo, una testa e una pelliccia.
Virgilio era sfigato per qualcosa che gli era giunto dall’esterno, lo era a causa di una serie di eventi, che il bambino peloso non conosceva esattamente, ma intuiva.
Virgilio morì pochi anni dopo il primo incontro con Dante, di tumore. Nel frattempo aveva rimediato qualche altra malattia.

Dante era un bambino molto forte, capace di sopportare qualsiasi sberleffo, soffrendo tanto, ma in estremo silenzio, ragionando e tentando di spiegare a se stesso la condizione che il destino gli aveva spietatamente affibbiato.
Arrivò a concepire questa idea: che occorreva accettare la sfiga. In fondo, essere sfigati equivaleva ad essere tagliati fuori dal mondo. E siccome il mondo, glielo aveva insegnato Virgilio, faceva schifo, essere sfigati significava essere estranei a quel mondo, e in questo doveva esserci qualcosa di buono.

Ma Dante era davvero sfigato.
Come per magia, una notte, nel frattempo il bambino peloso era cresciuto e non era più bambino, come per magia, una notte, aveva da poco compiuto i quattordici anni, tutti i tanti peli, come dire, superflui, che lo ricoprivano, caddero. La mattina si svegliò, ed era un ragazzino come tutti gli altri ragazzini. Non immaginate la felicità.
Per la prima volta lo si vide in volto per come era veramente, ed era proprio un bel ragazzo, del resto, non scordatelo, era figlio di una donna bellissima.
Dante, che come sapete era già forte, lo divenne ancora di più. Di colpo nessuno lo chiamava più sfigato. Crebbe, e crebbe bene, facendo tutte le cose che un ragazzo deve fare per crescere bene.
Non era più sfigato, era uno scomodo, come si dice dalle nostre parti.
Le ragazze e le ragazzine se lo contendevano, e sui muri della palestra gli lasciavano messaggi d’amore.
Gli anni del liceo volarono tra continue soddisfazioni. La mamma, sempre bellissima, lo adorava.
Tutti gli volevano bene, perché era bello e intelligente come non ce sono. Si iscrisse a Medicina, voleva diventare un cardiochirurgo, e un giorno lo sarebbe sicuramente stato, tutti ora lo sapevano, il più grande cardiochirurgo che ci potesse essere.

Ma Dante, come detto, era davvero sfigato.
Era una mattina ai primi di settembre, e l’ex bambino peloso aveva preso un treno prestissimo, era un lunedì, e stava tornando nella città sede della sua facoltà universitaria.
Le finestre del vagone erano tutte chiuse tranne una. Da quell’unica finestra aperta entrava un vento freddo e fastidioso che schiaffeggiava le tendine.
L’ex bambino peloso si era seduto a pochi metri da quella finestra. Era un buco, nel quale si vedeva la pianura piatta con qualche albero e qualche casa di campagna, i monti lontano, e una vaga luce che colorava il cielo di una sfumatura che non si era mai vista. L’ex bambino peloso guardò in quel buco, e ci vide la catastrofe. Ci vide proprio quella catastrofe di cui una volta gli parlava Virgilio, e si rese conto che se non si fosse spostato da dove si trovava, non si sa come ma gli sarebbe capitato qualcosa di terribile.
Iniziò a emigrare da un sedile all’altro, cinque, sei, sette volte, in preda a quella sensazione, vinto e sconfitto dalla paura. Alla fine scelse un posto ragionevolmente distante dal buco, sullo stesso lato di quell’unica finestra aperta, in modo che quasi non la vedeva neppure più, vedeva solo le tende che svolazzavano come bandiere. Si chiese se non fosse il caso di arretrare ancora, e sedersi nel posto più lontano dal buco. Si chiese se non fosse meglio cambiare addirittura scompartimento. Ma si rispose che era tutta un’assurda paranoia di cui vergognarsi, addirittura, lui che doveva diventare il più grande tra i cardiochirurghi, e non era più un bimbo peloso e sfigato. E che comunque, se metti caso ci fosse stato un qualcosa di vero in quel sinistro presagio, beh, si era distanziato sufficientemente dalla fonte del suo improvviso disagio.
Dante, l’ex bambino peloso, aveva fatto male i calcoli. Una ruota d’automobile, proveniente chissà da dove, non lo si capì mai, entrò da quell’unica finestra aperta, iniziò a rimbalzare da una parte all’altra del vagone e piombò sull’ex bambino peloso, uccidendolo.

[Barabba]

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...