Sante aveva un sorriso

di Massimo Santamicone “Azael”

Sante aveva un sorriso.
Sante aveva un sorriso strano.
Sante andava in giro e pensava ai fatti suoi, lo vedevi ed era distratto, svagato, con quel ghigno strano; qualche volta sembrava proprio svanito. Gli amici avevano smesso di chiedergli cosa, e perché. Lo sopportavano, da lontano, come un dubbio poco pericoloso. Sante però aveva il cuore pieno zeppo di roba e non poteva dirlo a nessuno, perché era roba sua, particolare.
Prima, fino a prima, era tranquillo, ok, ogni tanto aveva una preoccupazione, un’impressione, ma stava sempre con le persone a fare cose, a parlare, cose da persone normali.
Poi, un giorno, tornando a casa, aveva trovato un biglietto, sul tavolo della cucina. Nel biglietto c’era scritto soltanto, a penna con una calligrafia brutta e sconosciuta, c’era scritto “Non torno, scusa, m’è venuta l’infelicità”.
Lì per lì aveva pensato no, no, no, qualche minuto prima e la trovavo, le parlavo. L’avrei convinta di sicuro.  Se non fossi passato dal fruttivendolo, l’avrei trovata. Ora sarebbe ancora qui, a masticare le rose secche del centrotavola, a farsi studiare la faccia, a fare le cose di prima, normali.

Sante allora per un po’ di settimane, ogni giorno, aveva provato a rifare quel giro, l’identico giro, dall’ufficio a casa, col fruttivendolo e tutto. E niente, ci impiegava sempre quella mezz’ora. Mai un minuto, un mezzominuto, uno sputo di meno. Il fruttivendolo aveva cominciato a mettere in giro voci su Sante che passava e non comprava, con l’orologio in mano e la faccia così, a orologio. Ma lui niente, passava.
Poi una volta, rientrato dal solito giro, seduto obliquo e storto sulla sedia della cucina, gli era venuta una pensata. Una cosa che prima non aveva mai nemmeno considerato: solo a tornare un minuto prima, senza fruttivendolo, allora sì la trovava in casa, forse, ma ci trovava pure l’infelicità. E l’infelicità andava pure da lui, e magari pure lui scappava. E ora chissà dov’era, in giro per il mondo con l’infelicità, lui e l’amore, a scappare da un posto all’altro, a ripararsi di notte nei sottoscale, a vedere mille occhi pericolosi, a rotolarsi nelle pozzanghere per lavarsi il dispiacere, a scacciare i cani e gli spiriti maledetti, e poi a lamentarsi di continuo, lui e l’amore, lui e l’amore, e l’infelicità. E invece no. Sante ora poteva andare in giro a pensare ai fatti suoi, e la sera tornare senza contare i minuti, facendo tardi dal fruttivendolo, dal fornaio, sulla panchina, dove voleva, in piazza Aldo Moro, nelle case delle casalinghe, dove lo sbatteva il giro. L’aveva scampata bella, Sante. Vedi a volte che ti combina un giro poco più lungo, una deviazione, un salto. Finisce che ti salva la fortuna e ti riporta a casa, ti siede a un tavolo della cucina e ti lascia lì, senza l’amore a digerirti lo stomaco, a centotrentanove solitudini in fila, a un paio di distrazioni dall’infelicità.


[Azael]

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(marco manicardi)
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