Petrolio parzialmente scremato

di Alessandro Viola

Ogni giorno la fabbrica “Milk and Milk” sforna milioni di litri di latte opportunamente inscatolati dentro una quantità impressionante di pacchetti in tetrapak. La mattina, furgoni pieni di latte provenienti da chissà dove, munto con avanzati sistemi da mucche trattate chimicamente e adeguatamente controllate, finisce in una centrale di smistamento dove viene inscatolato e smerciato. Un prodotto, insomma, ottenuto con sistemi all’avanguardia; e parlo di agenti chimici che permettono una maggior produzione di latte: altri prodotti sono invece dei detergenti per pulire le mammelle dopo la mungitura automatica, altri ancora servono per farle rimanere toniche, altre per il pelo, e numerose altre i cui scopi sono marginali quanto incomprensibili. Sta di fatto che se ne fa molto uso, e i risultati di tutto ciò si riscontrano in una produzione superiore alla media, ovviamente. Sulla qualità, poi, non starei a sindacare. Le cose erano andate sempre bene, e nessuno si era mai lamentato. Sta di fatto, però, che durante l’estate, non so se per il calore che si era andato ad addensare nella stanza degli agenti chimici, o forse per lo sguardo trascurato del controllore e degli addetti che non avevano notato la scadenza incombente se non superata sull’etichetta di qualche prodotto, o il diverso ordine di somministrazione, o addirittura la mancata somministrazione, o la diversa modalità, non vi so dire, probabilmente per un fattore che adesso mi sfugge, avvenne un fatto che più che strano oserei definire incredibile. Non so come dirlo, ma, ecco, sentite, il giorno dopo, dentro i pacchi di tetrapak, dentro solo alcuni di questi non vi era del latte. Scena esplicativa quanto reale: una signora va a fare la spesa, compra del latte, mettiamo una cassetta da dieci confezioni, e tornata a casa. Quando utile, poi, ne apre una e due e tre, ed è sempre buono, sempre latte. Arriva un giorno poi, una colazione più precisamente, in cui va ad aprire il beccuccio con la forbice, taglia, e versa dentro una tazza. A schiumeggiare dentro la tazza di plastica a fiori non è latte, nemmeno qualcosa che gli somiglia. Per quanto possa apparire strano è un liquido nero, oleoso. Si avvicina col naso per capire che roba sia, annusa e lo riconosce dall’odoraccio che ad alcuni piace e che sente ogni volta che va a fare il pieno alla pompa di benzina sotto casa sua: è petrolio. La voce si sparge e spunta fuori che la nostra signora immaginaria non è affatto l’unica, ma ce ne siano delle altre, molte altre. Si venne così a scoprire che quel determinato giorno alcune di quelle mucche avevano prodotto del petrolio. Fervore generale. In questo genere di situazioni iniziano a spuntare strane figure di colpevoli della grande fortuna, parlo della smaniosa ricerca di quel fortuito errore che ha condotto a un tale miracolo. Spuntano così magazzinieri distratti, i quali in diverse circostanze e con diverse conseguenze del loro errore non si sarebbero mai sognati di venir fuori e che adesso, invece, si fanno largo orgogliosi della loro incompetenza e distrazione. La morte di un intero blocco di bestiame, ad esempio, sarebbe stato un ottimo deterrente. Ma non questa volta, anzi, addirittura si costituiscono dei falsi colpevoli che si vorrebbero accaparrare il merito dell’errore di un altro. Assurdo. Ma in mezzo a quella buona cinquantina di persone, una in particolare procurò prove concrete: Un magazziniere. Stava ripulendo una di quelle stalle, la stalla colpevole, quando a un certo punto, senza farlo apposta, rovesciò vari di quei prodotti chimici in terra i quali si andarono a mescolare confusamente creando quella che agli occhi di tutti appariva come una strana pozza scura. Accortosi dell’errore raccolse tutte le bottiglie cadute, le tappò, e le mise al loro posto per poi fuggirsene. Non si perse tempo, e dopo la confessione ci si precipitò con una folta equipe di chimici e biologi nel luogo del misfatto. La pozza era tuttora presente. Nera e ancora ribollente di reazioni e rollii di moli, sembrava ancora fresca, con la sua aria da brodo primordiale, da culla di sconvolgimento. Le bolle che affioravano pesanti e dense, arrivate al culmine esplodevano, lasciando volare via quella che sembrava un anima sottile come il filo di una ragnatela, come di fumo. Il cadavere, l’involucro da dove esso era sgusciato ricadeva su se stesso, tornando a rimescolarsi in quella strana brodaglia che non avrebbe tardato molto a resuscitarlo. E proprio quel vaporoso filo di nailon, svolazzando e dissolvendosi, a volte riusciva ad entrare dentro le narici dei bovini, e facendo un abile slalom arrivava diretto nei polmoni. La pozza infatti si trovava a poco più di un metro dagli animali. Gli scienziati raccolsero con cura alcuni campioni e li analizzarono. Passarono mesi prima che riuscissero a riprodurlo in laboratorio. Il gruppo di mucche che quel giorno fu protagonista del miracolo venne messo a parte. Venne così creato un settore apposito per la sperimentazione di quella che sarebbe potuta essere una delle scoperte più sconvolgenti dell’uomo, e come tale del tutto fortuita e casuale.

Parallelamente, il laboratorio si presentava formicolante ed eccitato dalla nuova scoperta, e dal fatto che loro, e proprio loro, avrebbero potuto riscrivere la storia. Per questo dedicarono anima e corpo, giorno e notte, a questo lavoro. Naturalmente l’intera operazione rimase segreta al mondo intero, compresa la famiglia del proprietario, al punto che la moglie si iniziò vivamente a preoccupare per le notti insonni del marito, delle sue occhiaie spaventose, e dalle guance scavate da un segreto indicibile. Tutto ciò nonostante i già circolanti articoli di giornale, la cui notizia era stata segnalata da varie persone. Sul giornale così appariva: Immagine a colori, una scatola inclinata, vista dall’alto, che versa dentro una tazza una piccola cascatella di liquido nero. titolo: mai visto un latte così. Ovviamente non vennero date spiegazioni da parte della società che si rifiutò di lasciare commenti, anche quando venne presa d’assalto dai giornalisti. Avvenne a due giorni dallo scandalo, individuata la fabbrica, lo aspettarono fuori dal cancello. Vennero dopo due giorni non per pigrizia o per l’agenda troppo piena, ma per documentarsi. Investigando erano venuti a sapere di alcuni strani esperimenti che si facevano dentro quel posto, erano venuti a sapere di notizie che avevano del folle ma che venivano date per certe, delle veritiere voci di corridoio. Quando uscì venne aggredito dai flash, dai microfoni, nastri registratori, e domande a raffica “cosa dice in proposito a…” “come è possibile che… ” “ si rende conto che… ”. Ma lui nulla, non rispose. Lui si preparava, ecco cosa faceva. Preparava l’agguato. Le notti insonni non passavano così per nulla, invano. Tutto il tempo era produttivo. Mentre i suoi tecnici pensavano a decodificare quella che sembrava essere una neo pietra filosofale, lui si occupava del marchio, del design. Aveva allestito un enorme macchina finanziaria e grafica, dietro quelle occhiaie. Avrebbe venduto il petrolio in scatole del tutto simili a quelle che si usano per il latte, di colore arancione, col bordo superiore e inferiore gocciolante di nero, come fosse stato bagnato prima da una, poi dall’altra parte. In mezzo, al centro di quella striscia arancione centrale mangiata di nero ai lati vi sarebbe stato il simbolo. La Terra, alla quale immagine era attaccata penzoloni una mammella (non si sapeva se quest’ultima fosse un appendice o una sorta di parassita attaccatosi addosso e che adesso sembrava aspirare il polo sud) applicata a questa vi era uno di quei mungitori automatici, il quale procedeva con tubo culminante in quello che sembrava un distributore di benzina. In alto, sempre in nero, sarebbe stato scritto una cosa tipo carburante di vacca, o qualcosa del genere, ci doveva pensare.

Nell’ultimo periodo era diventata la sua ossessione, quella di sfruttare al massimo ciò che era accaduto, di domare questo dono. Trascurava tutto, non si fidava più di nessuno. Era smanioso. Imparò così l’arte paranoica e frustrante del sospetto. Si arrivò al punto di sospettare di sua moglie, dei suoi figli. Aveva calcolato che se avesse venduto in petrolio la stessa quantità cui adesso vendeva in latte, avrebbe guadagnato tanto da potersi permettere una piccola isola, e chissà quant’altro. Le notti passavano anche così, trascorse davanti a una calcolatrice a gozzovigliare e sbavare pensando a quanto avrebbe guadagnato. Immaginandosi voci altisonanti tipo “premio nobel per… (non sapeva ancora quello che avrebbe voluto vincere, ma l’avrebbe vinto) va a… ” e poi ripeteva il suo nome: Augusto Pereison. Poi si buttava all’indietro, sulla poltrona, e sorrideva.

Arrivò poi il giorno in cui si sarebbero fatti i conti con i risultati di tante ricerche. Si presentò la mattina presto, assieme all’equipe, tutti eccitati dalla tensione di quell’experimentum crucis. Avevano analizzato, sezionato, calcolato tutto, ed erano riusciti a riprodurre in laboratorio una nuova dose di quella sostanza. Si accertarono che l’applicazione del nuovo composto si sarebbe dovuta compiere per via respiratoria. Avrebbero usato il condotto di areazione di cui era munito quel settore famoso isolato da tutto il resto. Era proprio così, infatti, una stalla parallela alle altre pur tuttavia differente. Aveva delle pareti in alluminio, nessuno sbocco verso l’esterno, impianto di areazione (come già detto), soffitto alto con luci al neon, cibo controllatissimo e soppesato. Era fondamentale trovare le mucche in condizioni ottimali per produrre i risultati sperati. Adesso era il momento di vedere se tutti gli sforzi, le aspettative, i sogni, sarebbero stati premiati. Iniziarono a far vaporizzare il miscuglio, che venne fatto passare per l’impianto di areazione e diffuso all’interno della stanza. Le turbine bianche giravano vorticose spingendo via i fili di fumo sottili come quella volta. Girando sembrava stesse spezzando le ragnatele da qui era avvolta lanciando i lembi della sua prigionia addosso ai bovini. Loro non si mossero, e iniziarono a respirare gli strani vapori. Augusto Pereison e tutti quanti monitoravano la situazione attraverso delle telecamere installate appositamente, alcuni invece preferivano vederle attraverso il vetro. La stanza era isolata ermeticamente dal mondo esterno per la natura dell’esperimento e i suoi imprevedibili effetti. Il vapore terminò dopo poco. Avevano calcolato precisamente quanto ne avevano inalato la famosa notte, e lo avevano riproposto nella stessa quantità. Adesso toccava aspettare, aspettare che la magia facesse la replica, concedesse un bis. La notte, sarebbe dovuta trascorrere, tutta la notte e poi l’alba, il giorno dopo avrebbero acceso le macchine la stessa ora dell’altra volta, precisa, né un minuto in più né un minuto in meno: Alle sei. La notte la passarono tutti lì, insonni, fumando e giocando a carte, agitatissimi com’erano. A una certa ora ad alcuni iniziarono a tremare le mani. In quel momento le manifestazioni degli animalisti sembravano avere un’importanza marginale, ed era bellissimo. L’unica cosa che contava è che il mondo sarebbe campato abbastanza da far vedere le sei. La notte degradava verso il giorno in maniera costante, come posta su un piano inclinato, e le stelle lentamente iniziarono a togliere il loro piacevole disturbo e a fare i dovuti omaggi al giorno che entrava in servizio. Le sei non tardarono, ma si fecero attendere.

Quello che poteva essere munto fu munto. Tutto ciò che rimaneva di mesi e mesi di studi e di calcoli adesso ondeggiava spavaldo e sadico dentro il secchio di raccolta. Quello che rimaneva dei loro sogni erano litri di latte vaccino. E lo stupore si ripropose questa volta con abiti più scuri, di delusione, ma con una camminata nuova dal sapore di casuale giustizia e serietà. La fortuna, che aveva dato inizio a tutto si riproponeva finalmente nelle sue vere sembianze, nella sua forma reale: nient’altro che un aggettivo, misero, labile, col quale si va definendo una forza, non si sa di preciso quale, ma una forza, che non è ne buona ne cattiva, è indomabile, e per quanto si voglia negare, continua ad esistere. Era la stessa forza, lo stesso ordine disinteressato e senza regole che ha mescolato i vari agenti chimici, era la pozione che ha generato, era tutti quei fattori che hanno contribuito, seppure minimamente in maniera essenziale a tal punto da non poter essere più replicata, era anche le possibilità infrante di un esperimento che sarebbe dovuto, sia teoricamente che matematicamente, riuscire. Ma non esistono numeri davanti alla sorte, per quanto enormi e apparentemente insormontabili possano essere rimane un arma che ti stupisce sempre, anzi, vi dirò, è tipicamente un arma di stupore. È come un meccanismo perfetto che non si inceppa mai, il cui scopo è stupire e lo fa inceppandosi; è un paradosso.

Ci fu delusione, quindi, ma anche arrendevolezza all’assurdo. Parve a tutti, senza rimpianto, che quell’errore, il caso, si fosse ripreso con gli interessi, come per rimbalzo, le speranze che un tempo prestò e mai gli furono restituite.

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
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