Il veggente

di “eFFe”

I pochi amici intimi di Osvaldo Gargiulo si meravigliavano – di quella meraviglia condita con una punta di orgoglio – del fatto che costui a primo acchito sembrasse una persona assolutamente normale. Un bell’uomo, dal fisico alto ed asciutto, la capigliatura fluente di color castano chiaro, Osvaldo vestiva sempre con una sobria e curata eleganza, facendosi cucire le camicie su misura da una prestigiosa sartoria napoletana. In buona sostanza, nulla della sua apparenza lasciava trapelare, agli occhi di chi non lo conoscesse, il suo dono.
Quel dono, terribile e fortunato ad un tempo, gli consentiva di vivere con agiatezza, senza doversi preoccupare più di tanto delle noie della quotidianità o delle incognite del futuro. A dire il vero il futuro, almeno quello prossimo, era per lui un territorio familiare. Osvaldo aveva la singolare capacità di prevedere con accuratissima precisione tutto quello che sarebbe accaduto nel giro di qualche ora. Sin da bambino, quando stupiva il padre prevedendo i risultati delle partite di calcio della domenica, Osvaldo non aveva mai mancato un colpo. Fu proprio il padre, un vecchio anarchico ateo e bestemmiatore, a prendere atto per primo dell’inspiegabile dote del figlio, la cui evidenza minava in profondità tutte le sue convinzioni intorno al destino, all’importanza della scienza e dei suoi metodi, all’esistenza di un dio. Ma da pratico materialista qual era, scansò assai rapidamente quelle questioni e quei dubbi e si convinse a fare il miglior uso possibile delle capacità del figlio.

– Osvaldo, bello di papà, secondo te il Napoli che fa domani?
– È possibile che perde, papà.
– Ah, e questa è una brutta notizia! Sei sicuro a’ppapà?
– È possibile.
– E il Torino?
– È possibile che pareggia.

Osvaldo, come ogni bambino, non aveva ancora coscienza delle sue capacità, né di quelle comuni ad altri bambini né di quella che era solo sua. Seppur sentisse in cuor suo che le risposte che dava erano certe, per un antico senso di vergogna rispondeva sempre “è possibile”. All’inizio il padre esitava di fronte a delle affermazioni così sibilline, ma dopo poco tempo verificò con precisione matematica che tutte le previsioni del figlio si erano poi avverate. A partire dal 1957, anno del nono compleanno di Osvaldo, il padre cominciò a giocare ogni sabato pomeriggio la schedina del Totocalcio seguendo tutti i pronostici dettati dalla sua creatura. Nel giro di un anno la famiglia Gargiulo fu in grado di appianare qualche antica pendenza e di acquistare un appartamento signorile nella zona di Via Chiaia. Il Signor Gargiulo non dimenticò tuttavia i vecchi compagni e le cause comuni e sia agli uni che alle altre destinò – in maniera anonima – una parte delle fortune sottratte ai Monopoli di Stato.

Alla soglia dei trent’anni Osvaldo era un uomo di ottima salute, gradevole e ben educato, ma non per questo eccessivamente socievole. Il suo giro di amicizie era limitato a Pasquale e Carlo, due vecchi compagni di giochi con i quali era cresciuto giocando a pallone per strada tra Piazza Ottocalli e i Ponti Rossi, e Salvatore, con cui aveva frequentato le medie e il liceo dopo essersi trasferito. Tutti gli altri lui li giudicava semplici conoscenze. Solo quei tre – Pasquale, Carlo e Salvatore – erano a conoscenza del suo dono, e in buona parte ne avevano spesso beneficiato: Salvatore seppe con un giorno di anticipo quale tema d’Italiano sarebbe uscito all’esame di maturità; Pasquale ricevette una mattina una telefonata di Osvaldo che lo avvisava di non andare in ufficio quel giorno – avrebbe saputo in serata che il suo principale, colto da un raptus omicida, aveva scaricato un intero caricatore nella stanza dei contabili. Carlo, invece, che era un inguaribile pessimista, preferiva non chiedere nulla al suo amico veggente, nella certezza che le sue previsioni riguardassero sempre della sciagure. Solo una volta si consultò con Osvaldo, in quell’anno funesto che fu il 1977.

– Osvà, ho fatto una stronzata, ho dato ospitalità a due compagni ricercati dalla polizia. Secondo te posso passare un guaio?
– È possibile che ti arrestino Carlo. Avresti potuto immaginarlo da solo, mica te lo devo dire io? Lo sai che clima c’è in questo periodo, no?

Carlo considerò la possibilità ventilata da Osvaldo come una matematica certezza. Il suo pessimismo, il nemico di sempre, sembrava suggerirgli soavemente a un orecchio di non darsi troppa pena e di aprire una bottiglia di spumante per festeggiare, prima che fosse troppo tardi. Con un allegro fatalismo, propose allora ad Osvaldo di andare a prendere un aperitivo.

Al bar di Via dei Mille furono raggiunti da Pasquale e Salvatore, e scambiarono rapidi saluti con diversi avventori. Ordinarono una bottiglia di spumante. Il barista, sorpreso da questa inusuale richiesta, domandò loro se avessero qualcosa da festeggiare.

– Quel che resta della vita – risposte sibillino Carlo.

Fu lui stesso a incaricarsi di stapparla e versarne il contenuto nei bicchieri sul banco. Nell’istante stesso in cui il tappo di sughero saltò con uno schiocco dal collo della bottiglia, cominciarono a sentirsi in lontananza delle sirene. Carlo non ebbe dubbi.

– È possibile che stiano venendo qui.

La frase di Osvaldo tranquillizzò talmente Carlo, ormai pronto ad accettare il suo certo destino, che sul suo volto apparve un sorriso di grande serenità. Portò il flûte alla bocca, diede una prima sorsata per apprezzare lo spumante, e poi vuotò il resto del bicchiere d’un fiato. Le sirene erano sempre più vicine.

– Osvaldo Gargiulo?
– Sì?
– Lei è in arresto per truffa aggravata ai danni dei Monopoli di Stato. Metta le mani sul bancone e allarghi le gambe.

Il giovane tenente dei carabinieri aveva usato un tono forte e sicuro di sé; i suoi sottoposti si avvicinarono a Osvaldo e con perizia e rapidità lo perquisirono, lo ammanettarono e lo portarono verso la seconda volante parcheggiata appena fuori. Pasquale, Salvatore e soprattutto Carlo trasalirono. Anche questa volta Osvaldo aveva indovinato: quelle sirene stavano venendo proprio da loro.

[abcde.eFFe]

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(marco manicardi)
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