Velut Luna

di Federico Pucci “Cratete”

Non esiste la cattiva sorte, esistono solo finali sbagliati.

Se c’è un popolo che ha fatto della sfiga un emblema, questo è il popolo greco. “Non nascere è il destino migliore”, diceva quell’orbo di Edipo, “il secondo, se nati, morire il prima possibile”. Ah, la malinconia mediterranea: il sole, il mare, le olive, l’incesto non vi bastavano. Poi, una sera d’estate, la combriccola degli allegroni ti fa sedere a teatro con la scusa della catarsi, e ti attacca un pippone, ad esempio quello di Titone.

Titone è il più figo di tutta la Grecia, e infatti è nato a Troia: nipote di fiume, figlio di ninfa, facile. Mattina è una dea alba e chiara, innamorata di tutti per un sacrilegio, e infatti sopra le facce di tutti i dormienti passa una carezza calda e puntuale come una sveglia solare, una promessa di tornare domani che consola e spaventa tutti quanti.
Solo dentro questi racconti, però, e non si capisce perché, gli adolescenti disprezzano l’accoppiamento.  Specialmente i più belli, gli atleti coperti d’olio e di sabbia, hanno schifo a farsi toccare dalle donne, specialmente se sono dee dalle dita rosate: un paradiso per gli sfigati, questo mito.  “Io sono giovane, Mattina, quindi lascia perdere le carezze, che a me importa solo lanciare il disco, il giavellotto. A me piace lanciar robe, insomma, non mi scocciare”.

Ma che vuoi fare con una dea, lanciarle contro un giavellotto? Non puoi, non sei Achille: sei Titone, un belloccio qualsiasi, greco di Troia. E allora scappa, va’ ad ovest, a seguire la tua Luna di castità, sai che spasso. Corri alla tua finis terrae. O dimostrami, Titone, che la terra non ha termine e che puoi continuare a correre in eterno. Fuggire da una dea è un gran peccato: mi sembri stupido a inseguire la notte, come se il tramonto non ci deludesse abbastanza, come se la notte fosse un porto sicuro. Opportuna è la sorte che non cambia faccia, non certo la Luna: quella si gira, ti guarda sbilenca, ti mostra il profilo a forma di torta e non ti darà il culo, mai e poi mai.

A furia di scappare, Titone, due gambe. Mica come Jim Fixx, l’inventore del jogging, ammazzato da un infarto durante una corsetta, ah ah – ma questa storia la conoscono tutti. La storia di Titone, invece, non finisce al confine del mondo. Quando Mattina inciampò e il tempo si fermò, a lui sale in alto l’organo del pianto a stringere la gola. È la maledizione delle donne stupende, l’amore a costo della frustrazione. Questo è il momento di diventare uomo, di farsi crescere i peli sul petto, l’ora del pancrazio in camera da letto, alla faccia dei giavellotti. E allora siano nozze di dea: nettare ovunque, etti d’ambrosia tagliata spessa, i rotolanti pomi dorati e Sofocle dietro una tenda a pregare il malocchio. Perché, dentro questi racconti, tutte le storie vanno a male, come le strade d’Atene e di Troia ti portano al mare: non ci puoi fare niente – tutti lo sanno, i Greci annuiscono e gli aedi si fregano le mani – un uomo, per quanto bello e felice, non vivrà per sempre e andrà alla malora.

Un giorno Mattina va dal suo principale a chiedergli una proroga sulla morte, che Titone sia immortale, ma più in alto del capo c’è sempre il padrone della baracca olimpia: tre vecchie bagasce, che a ciascuno appioppano una sfiga, le Parche, dèe con le quali non si scherza. Prima o poi, il loro dito nodoso si fermerà sul tuo nome e allora potrai solo aspettare, accettare, giusto il tempo di capire quell’orbo di Edipo. E allora, dentro questo racconto, pur di deprimerti, anche le dee si sbagliano. Hai dimenticato di chiedere la giovinezza eterna, oh sciocca Mattina: sarai costretta a vedere il tuo giovane amore invecchiare all’infinito.

Non puoi scrivere queste storie senza spiegare come si invecchia all’infinito: i Greci dicono che ci si consuma all’estremo. La rugiada scorre a gocce dalla faccia della Mattina, perché nemmeno le calde carezze possono arrestare l’erosione dei venti e dei tempi, e Titone si riduce ormai a un’unica piccola ruga, finché, per pietà, il gran capo dall’alto lo tramuta in cicala. Ma la cicala è un animale orribile, non è così che si conclude. I Greci sbuffano e ti accontentano apponendo la postilla che straccia le mutande: s’inventano che le cicale si nutrano di rugiada – tanto chi può andare a controllare? – e ti sfidano a sentire come suona meglio così: “Ogni notte d’estate, Titone rimprovera alla Luna di non averlo preso con sé fra i puri di corpo, canta la nostalgia della Mattina e, quando spunta il sole, vola a rubarle le lacrime sul dorso delle foglie. Ma, soprattutto, quando sente che in un teatro si fa catarsi alle sue spalle, disturba i mitologici pipponi facendo un gran frastuono di sottofondo”.

Che, come spiegazione del frinito, e anche come finale, mi sembra decisamente migliore.

[Cratete]

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(marco manicardi)
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