Shampoo

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

Inverno 1996. Ho diciassette anni, Kurt Cobain è morto da più di tre e tutti continuano a smarcarsi dal Grunge, dalle camicie di flanella, dal capello lungo, dalla fine della storia e dall’apatia degli anni novanta.

Io no. La camicia di flanella a quadrettoni rossi ce l’avevo pure quella sera, le scarpe basse da skater – airwalk si chiamavano, erano l’unica alternativa alle ormai introvabili all-star, prima che riesplodesse la moda -, le braghe larghe del mercatino dei frati di San Martino in tela verde sporca di idropittura, la maglia a maniche lunghe scura con sopra la t-shirt chiara e gli immancabili capelli lunghi. Tanti, lunghi, forti, folti, troppi capelli lunghi. Una fibra grossa e resistente, tenace, che ancora oggi mia madre rivendica come sua parte del corredo genetico.

Ricordo di essere andato da un barbiere serio una volta, di quelli che si fanno chiamare acconciatori, per dargli una pareggiata. La bottega si chiamava Jean Louis David, e a servirmi c’era uno che appunto avrei potuto confondere con quello che ha dipinto i ritratti dei primi borghesi e di Napoleone, uno molto gentile, molto cortese, molto attento, in sostanza molto effeminato. Dopo mezz’ora di accenni e virgole, tentennamenti, valutazioni, sforbiciate e meditazioni allo specchio per studiarmi il volto mentre lo guardavo incuriosito e stupito che qualcuno potesse cercare una soluzione, che non fosse il disboscamento a mezz’altezza, alla selva amazzonica che mi cresceva in testa, lui opta per una inedita riproposizione della criniera leonina alla Jim Morrison.

Quarantaquattro sforbiciate, due mucchietti, trentamila lire (che all’epoca eran soldi inconcepibili per un uomo dal barbiere) e tanti saluti. Mai odiato Jim Morrison così tenacemente, anche se oggi ammetto che non ne aveva colpa.

Ma quella sera d’inverno non ero leonino, no. Avevo preso la benedetta abitudine di rasarmi i capelli a zero dall’orecchio in giù, i restanti erano comunque abbastanza folti da coprire tutta la testa ma almeno mi evitavo l’effetto alettoni laterali e l’insopportabile caldo estivo. I rasta erano un miraggio, e per fortuna come i veri miraggi, non si sono mai avverati.

Quella sera era una sera speciale. Tra strade basse e nebbia manco a dirlo, ero l’imbucato alla festa punk-alternativa di Natale del liceo classico di Correggio. Amicizie che mi trascinavo dalle medie e che continuano ancora adesso mi avevano invitato. Come dire di no? La festa era ovviamente una manna dal cielo per chi, come me, era ancora senza patente, odiava la disco, adorava il rock e ancora di più le ragazze. Ma diversamente dagli altri, io ero uno straniero, un hidalgo oscuro e sconosciuto, forse anche pericoloso. Ero un famigerato rappresentante di quegli scarti esistenziali che frequentavano il professionale agrario Angelo Motti, istituto statale da anni rinomato per l’accozzaglia di esemplari da psicoanalisi e sottoproletariato post-eroina che era in grado di tenere lontano dalle strade, trattenendoseli tutti per se. Magari a fatica, ma con grande tenerezza. Quindi in quella situazione ero considerato alla stregua di un brutto soggetto, un tipo pericoloso, un buono a nulla ma capace di tutto. Indubbiamente quest’aura, insieme alla corona perenne di brufoletti sulla fronte e sulle guance e ai quattro peli appiccicati al mento e che non tagliavo da quell’estate, ne ero convinto, mi avrebbe reso irresistibile. Come frase ad effetto il poco d’inglese che sapevo mi permetteva un’allusiva “Hey Babe, take a walk on the wild side…”, mai usata per fortuna.

Prima di andarci però avevo allenamento di basket, non so perché, eravamo ormai vicini alle feste, non dovevano esserci partite in vista, il girone d’andata era già chiuso, eravamo in quei giorni che precedono la festa tra i parenti ma sono dopo la chiusura della scuola, una fase di interregno, una zona franca che attendeva solo noi. Sudata, doccia e poi via, partenza per raggiungere il salone delle feste di Mandrio dove il Partito bonario e filantropo lasciava i giovani divertirsi nella sua casa del popolo.

Ora, sono sempre stato molto volubile al fascino femminile e la vista di tutte quelle belle e selvagge liceali ribelli mi faceva seccare la gola. Il mio incanto era ovviamente potenziato dal passare trentasei ore alla settimana in una scuola dove la proporzione tra maschi e femmine era 7 a 1, una proporzione che saliva vertiginosamente 22 a 1 se restringevi il campo alle carine della scuola.
Avevo anche calcolato che se avessimo applicato la proporzione fino in fondo a me sarebbe toccato il gomito destro della Sara Fusina, ah, quante passeggiate romantiche sugli argini che avremmo potuto fare… Sara Fusina, un nome felino, gattesco, erotico di per sé, sembra finto ripensandoci, ma vi assicuro che era il sogno dolce e proibito di un’armata di adolescenti. Quando poi scoprimmo che aveva una sorella gemella, vi lascio immaginare il tripudio del nostro immaginario collettivo…

Ma quella sera la proporzione tra i generi non solo era ristabilita ma addirittura ribaltata, le ragazze erano più di noi e sembrava proprio che avessero voglia di divertirsi almeno quanto noi, finalmente.

Nel trambusto delle danze e delle luci di una strombo d’accatto la intravedo: è alta, quasi quanto me, boccoli ricci e lunghi, rosso fuoco, labbra carnose, naso piccino e uno sguardo così dolce da lasciarti tramortito. Devo assolutamente conoscerla. Mentre ballo, mi dimeno e rido ogni motivo è buono per voltarsi a cercarla, rubarle una guardata, uno scambio, eyecontact è un’altra delle poche parole inglesi che mi girano per la testa, il resto è il futuro già scritto di me e lei insieme.

D’un tratto al suo fianco compare uno spilungone, jeans chiaro e attillato, camicia marrone e stivaletti neri, un perfetto cowboy senza pistole, se non fosse che quando si volta ricorda più un nativo americano che un ranchero. Lo sguardo non mi sembra molto sveglio ma capisco subito che è lui il mio antagonista. Ha dei capelli neri lunghissimi, oltrepassano la spalla e calano fino all’ombelico, sottili e finissimi, sembrano infiniti. Non ci ho mai provato ma posso immaginare le ore che passa a lavarli, asciugarli coccolarli, orgoglio di una supremazia che sto per sfidare.
Dal lato opposto della sala comincio la traversata, determinato come un atleta di salto in alto, sciolto e rilassato come un divo, il sorriso di chi ha già visto e fatto tutto, porto la mano destra all’elastico che cinge i miei fantastici capelli neri riflesso mogano mentre con la sinistra mi appresto a scompigliarli per favorire l’effetto selvaggio e tenebroso di qui sopra, e niente.

Niente.

I capelli non si muovono, eppure l’elastico è già nella mia mano destra. La mano sinistra s’incaglia e faticosamente riemerge, solo a marcia indietro, da quello che sembra essere diventato un miscuglio di peli ruvidi e compatti. Pantano, sembra che in testa mi son versato del pantano, del fango secco di tre giorni. Cambio mano e m’infosso di nuovo. Ne tiro giù un ciuffo per capire cosa sta succedendo. M’è caduto in testa qualcosa? Ma i capelli sono puliti, lucidissimi, solo non hanno voglia di scendere e mi si appiattiscono in spuncioni laterali e tringolari come se fossi la statua della libertà. Mentre oltrepasso quella che sarebbe potuta essere la donna della mia vita e il mio rivale Sansone con una faccia da stupido e mi lancio nel bagno per sfuggire alla derisione generale, un solo pensiero evapora dalla doccia post allenamento e precipita sull’unico flacone che avevo nella borsa, la scritta in corsivo snello: Balsamo.

[Barabba]

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(marco manicardi)
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