È sempre colpa della Kamchatka

di Simone Marchetti “Chettimar”

Ci sono due tipi di giocatori di Risiko: quelli per cui è un gioco di pura fortuna e quelli per cui è un gioco di abilità in cui, incidentalmente, c’è una certa qual componente infinitesimale dettata dalla casualità del lancio dei dadi, per niente determinante sull’esito finale delle partite.

Il secondo tipo di giocatore mente.

Innanzitutto perché la differenza fra le abilità dei giocatori tende rapidamente a zero, a meno che non stiate giocando contro dei lemuri a cui capitano obiettivi come “Conquistare la totalità del Nord America e dell’Africa” e mettono trentotto carretti in Australia Occidentale. Poi, soprattutto, perché se tiri una fila di 1 puoi anche essere von Clausewitz reincarnato in terra ma non vinci mai, neanche per sbaglio, caso fortuito o intervento divino.

Fra i più fieri rappresentanti del secondo tipo di giocatore di Risiko c’è il mio amico Cremonesi. Cremonesi è portatore sano di una sterminata serie di fisime, tra cui: giocare solo coi carretti viola, tirare solo dadi viola, portarsi i dadi viola da casa, conservare i dadi viola in una teca di cristallo al 35% di umidità per mantenerne intatte le proprietà aerodinamiche. Tale sfoggio di scaramanzia si traduce in un culo abnorme nel lancio dei dadi e in strisce positive di vittorie durate quadrimestri. La posterità ricorderà la sua leggenda grazie ad alcune favorevoli combinazioni che gli abbiamo intitolato:

– Cremonesi Regular (6-5-4);
– Cremonesi Large (6-5-5);
– Cremonesi Extreme (6-6-5).

(C’è anche il Cremonesi Diabolicus (6-6-6), uscito solo due volte nella storia. Indovinate contro chi lo ha tirato. Entrambe le volte.)

A chi gli fa sommessamente notare che a vincere tirando infornate di 6 son buoni tutti, la risposta standard di Cremonesi è una supercazzola di venti minuti in cui spiega il perché la sua vittoria sia stata frutto di una calcolata e sagace strategia comprendente mosse, contromosse, mosse ipotetiche, mosse pensate, mosse scartate, finte, controfinte e, come gran finale, un attacco alla Kamchatka. Anche se deve conquistare il Sud America.

Il mio amico Giorgio, invece, è consapevole che si tratti essenzialmente di fortuna e ha inventato un sistema, a suo dire, infallibile per piegarla a suo vantaggio. Quando deve tirare un dado solo, per scegliere quale dei tre a sua disposizione lanciare, “fa le primarie”. Tira tre dadi e sceglie per il lancio effettivo quello col risultato minore “perché il numero basso l’ha già fatto e adesso ne esce uno alto”. Certo, ci sarebbe quella piccola questione statistica degli eventi non correlati, ma glissiamo. Giorgio ovviamente non vince mai, però con tutti questi lanci aggiuntivi le partite, quando gioca lui, durano il quadruplo.

Renato ha un approccio diverso. A parte il fatto che nove volte su dieci si rompe le balle a metà partita e si suicida (celebri i suoi attacchi “due carretti contro ottantaquattro”), lui prima di ogni lancio fa intensi motivational speech ai suoi dadi, infonde loro fiducia, “dai che adesso facciamo un bel lancio”. Una volta porta la fidanzata, detta “la pianta grassa” per la verve e la innata simpatia espressa in ogni suo gesto (tipica, appunto, del Cactus Puntuto della Val Rendena). Si mettono a giocare in coppia: lui decide le mosse, lei tira i dadi. Un disastro di proporzioni bibliche. Una fila di 2-2-1, 2-2-2, 3-2-2 quando va di lusso. Al quattordicesimo lancio Renato sbotta: “Ma cosa ci vuole a fare un lancio di dadi decente?”, ribellandosi alla cinica dittatura della (mala)sorte in un impeto di razionalismo cartesiano. Le strappa i dadi di mano, li carica con parole fulminee e ispirate, li getta sulla plancia con abile rotazione del polso, i dadi fluttuano in aria come frecce di pars construens, rimbalzano, si girano, atterrano, emettono un unico, coeso, ferale responso: 1-1-1.

Renato e la fidanzata si sono lasciati dopo due settimane.

Per quanto mi riguarda, i miei scarsissimi risultati a Risiko sono una delle mille declinazioni della mia epocale sfortuna al gioco (qualche anno fa c’era un Milan-Juve decisivo per lo scudetto e puntai 5 euro sull’1X dicendo “vabbè, vincerà il Milan ma almeno mi pago due birre”: 0-1, gol di Trezeguet su assist in rovesciata volante di Del Piero). L’unica volta che mi ricordo di aver vinto era una serata orribile, mi avevano fatto una multa, mi ero stortato una caviglia, avevo litigato con la fidanzata e avevano sbagliato a consegnarmi la pizza. Sono andato a giocare incazzato come una belva, con l’occhio della tigre, al grido di “io adesso vinco”. Trovo l’obiettivo più facile. Faccio lanci di dadi perfetti, precisi, clinici, senza sprecare un 6-4-3 contro un 2-2-2. I territori cadono nelle mie mani come neanche la Polonia nel ‘39. Ho vinto in ventidue minuti netti. Sono tornato a casa con l’esatta, titanica consapevolezza di poter schiacciare la sorte sotto ai miei piedi, sancendo il trionfo della convinzione e della volontà sulla cinica ruota del destino.

La partita dopo mi hanno eliminato al terzo turno.

[Chettimar]

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(marco manicardi)
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2 risposte a È sempre colpa della Kamchatka

  1. Ah si, le “primarie” per i dadi le ho viste pure io! Bisogna però ammettere che i giochi di società dominati dalla fortuna regalano momenti di divertimento che non si possono trovare in freddi gestionali tedeschi o wargames prettamente deterministici. Sfido chiunque a raccontarmi che una partita a scacchi può essere divertente. I dadi fanno bestemmiare, ed è una meraviglia (per gli astanti).

    Comunque, a parte l’aleatorietà, il problema di Risiko è costituito dai feedback positivi: se riesci ad ampliare le rendite, hai già vinto. La partita si potrebbe interrompere in anticipo, tanto è già segnata; la sorte, per quel che ho visto, opera nelle prime mosse. Una volte che uno o due giocatori si sono piazzati a modo, nemmeno i dadi possono più nulla: si disputeranno la partita, con buona pace degli altri contendenti.

  2. ebbre ha detto:

    che figo!
    comunque io rimango dell’idea che sia un 50-50% (come nella vita).
    vale a dire che che arrivare alla sufficienza (6/10), devi avere anche un pizzico di fortuna/bravura

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