Io con la sfiga ci vivo benissimo

di Sba

Io con la sfiga ci vivo benissimo, fin da quando sono nato. A quanto pare è la mia figura che funge da calamita, non sono io che sono sfigato. Sono praticamente circondato da gente che con la sfiga ci ha fatto le nozze, al punto che a volte mi chiedo se sono io a portare sfiga. Fin da quando sono nato.

La gente che è nata con me, nello stesso periodo, era tutta nella stanza dove sono nato io, o nei paraggi, non so bene. Uno che è nato il mio stesso giorno, nello stesso ospedale, nella stessa stanza, è venuto a scuola con me per anni, ed era uno veramente sfigato. Non era cresciuto molto, era piccolino, e tutti lo sfottevano perché era piccolino, e sfigato. Alle figurine riusciva a perdere anche contro di me, che ero una sega. Lui, sfigato, piccolino, perdeva anche contro di me. Era così sfigato che nessuno voleva giocare a figurine con lui, e allora si trovava a giocare con me, e perdeva, sfigato.

Un altro che è nato qualche giorno prima di me adesso vive a trenta metri da casa mia. Non è piccolino, e a dirla tutta non è nemmeno tanto sfigato, ha una bella casa, una bella moglie, un bell’idraulico. Sarà che ha passato veramente pochi istanti con me, ma non è poi così sfigato. Certo, i capelli che sembrano stuccati da un gessino della Val Camonica non gli rendono l’aspetto così piacevole, ma questo non credo che sia solo sfiga, deve essere anche questione di parrucchiere, o di lacca, o di idraulico.

Ce n’è ancora uno, nato una settimana prima di me, che era anche nello stesso ospedale, nella stessa stanza, nello stesso periodo. Lui non so dire bene se è sfigato o no, ma non lo vedo mai con delle ragazze e allora penso che sia sfigato, o anche un tantino omosessuale. Che non è essere sfigati, l’essere omosessuali, è credo più una questione di culo, ecco. Lui è sfigato a giorni alterni, tanto per capirci. Un giorno aveva parcheggiato la macchina nuova – beh, nuova, aveva un mesetto – in strada, e quella sera qualche buontempone voleva fare uno scherzo a un vicino di casa, e ci ha incendiato la macchina, al vicino di casa, solo che forse non sapeva bene quale era la macchina del vicino di casa e allora ha incendiato quella del mio amico. Quando sono arrivati i pompieri c’era solo più la marmitta, poi uno dice la sfiga.

Anche mia mamma è stata presa dalla sfiga che mi circonda, e quando dovevo nascere è ovvio che oltre alla sfiga a circondarmi era anche e soprattutto lei, mia mamma, nel vero senso della parola. Le avevano detto che ero in ritardo e che sarei nato grosso, sui cinque chili, e lei era un tantino preoccupata, al punto che scriveva lettere alla famiglia dicendo “o si sono sbagliati loro o mi sono sbagliata io, ma questo qui non ne vuole sapere di uscire”. Mentre chiacchierava con le mamme di quelli che sono nati prima o durante, quelli che ho detto sopra, era preoccupata che loro uscivano e io stavo lì dentro al calduccio. Mio padre lavorava sessantadue ore al giorno perché a casa ne aveva già due, di cosi che mangiavano, e io sarei stato il terzo, e da quanto ero grosso aveva già deciso di uccidere il vitello grasso. Mia mamma era più pacata, anche se ansiosa, e lo rincuorava dicendogli che comunque per i primi tempi, come per gli altri due, ci avrebbe pensato lei a sfamarmi. E appena dopo nato le dissero subito che non aveva latte, e che io avrei dovuto passare i migliori anni della mia vita senza il contatto con le mammelle. Che poi ‘sta cosa delle mammelle me la porto ancora adesso, mi viene da metterci la faccia dentro ogni volta che le vedo, alle mammelle, vatti a sapere perché. Sfigato anch’io, niente mammelle, mi son dato alla birra fin dall’infanzia.

Quando giocavo con mia sorella, da bambino, si faceva sempre male lei, poverina. Gara con la bici, una spanna di pelle abrasa. Gara a salire sulla betulla, si rompevano i rami dalla sua parte. C’era l’influenza, la beccava sempre lei. A Natale le regalavano la Barbie, e lei detestava quella bambolozza bionda abbagasciata, e allora la prendevo io, la spogliavo e mettevo la faccia in mezzo alle tette, chissà mai perché. Un giorno volevamo fare come maicbongiorno e facevamo i quiz, solo che per fare i quiz bisognava avere il cartellone con il nome, e lei ne scrisse uno per me, che io non sapevo scrivere, e ci scrisse Carlo Puttana, immagino perché non avesse idea di cosa volesse dire Carlo. Poi arrivò mia madre e sorrise, a me, e a lei le mollò una chiantozza che le rimasero le dita istoriate sulla guancia per due giorni. Ci vollero ancora un paio d’anni per capire che aveva buoni motivi per tenermi alla larga.

Alle elementari dopo la scuola uscivo sempre di casa a far danni in giro per il quartiere, insieme al mio amico Luca. Lui non era mica sfigato, di suo, ma appena arrivavo io, tempo due o tre ore, gli capitava qualcosa di spiacevole. Andavamo a spaccare pignatte nelle case in costruzione, e i muratori beccavano lui e lo portavano a casa da suo padre che gli faceva dei culi che si sentiva urlare fin nelle campagne. Giocavamo nei prati, e le api pungevano solo lui. Gara in bici, trentatré centimetri di abrasioni per volta. I rami dei gelsi si rompevano sempre e solo dalla sua parte. Far le scalette con i chiodi del sette, sapessi le martellate che si dava sulle dita, solo lui, sfigato. Sua mamma aveva i capelli neri, suo papà aveva i capelli neri, lui aveva i capelli rossi e le lentiggini, e questo da bambino non significava sfiga, ma crescendo mi aveva fatto venire qualche sospetto. A volte prendevamo in prestito il carretto di suo padre, e andavamo in giro lui sopra e io dietro a spingere, correndo a piene balle per strade sterrate. A volte era lui a spingere e io sopra, e non succedeva niente, ma quando era lui sopra e io a spingere era sicuro che un sasso o una buca lo avrebbero fatto ribaltare. Quando è stato più grandicello ha finalmente risolto i suoi problemi, perché i miei mi avevano rinchiuso in un collegio.

A scuola, alle medie, avevo cambiato posto, al collegio, non ero più al paese, e questo avrebbe potuto farmi passare quell’aura da menagramo, che non lo sapevo mica ancora di averla a quel tempo, l’aura da menagramo, lo sto analizzando adesso. Conobbi un paio di compagni che venivano anche dal mio paese e feci amicizia. Dopo la scuola, in estate, finite le medie, ci vedevamo ogni tanto, e io cominciavo a trovare le ragazze, e ci piacevo alle ragazze, io, mentre loro erano sfigati e non avevano ancora baciato niente che fosse minimamente paragonabile a una forma di vita. Il mio amico Mario era proprio uno che sembrava attirare la sfiga su di sé, e sembrava che questo accadesse solo quando c’ero io. Se andavamo a fare un giro in motorino, lui forava sistematicamente. Se provava a elaborare il motore, grippava. Un giorno aveva finalmente trovato il modo di fare andare il suo Issimo più veloce del mio Califfo Giò, e tempo due giorni glielo avevano rubato. Allora era costretto a viaggiare sulla Vespa Primavera tre marce di suo padre, una casseruola di tale portata che sembra incredibile ancora adesso che possa essere esistita. Una volta la tirò fuori e io gli dissi Facciamo cambio, e lui prese il mio Califfo e io la sua Vespa, e andammo verso la strada della discarica, e non successe niente, anzi, la Vespa sembrava andare più del Califfo, e lui era contento, allora ci scambiammo di nuovo i motorini e quando ci salì sopra lui, tempo dieci metri, era forata.

Sarebbero ancora tanti gli esempi, ne dico solo più uno. Un giorno con dei colleghi di lavoro decidemmo di andare a fare un giro in bici, una cosa seria, fino a un rifugio in montagna. Quella mattina pioveva come dio la mandava, o il suo idraulico, non so bene, comunque pioveva e io passai a prendere uno dei miei colleghi col furgone, quello che ci hanno bruciato la macchina, come ho detto sopra, che non avevamo voglia di farci tutta la strada asfaltata in bici, e lui mi diceva Ma piove troppo, lasciamo perdere, e io gli dicevo Vedrai che arriviamo là e c’è il sole. E figurati, arrivati là c’era un sole caldo e il cielo sereno, e allora lui pensò che questa storia della sfiga era finita. Ci incamminammo, arrivammo in rifugio, arrivarono anche gli altri due colleghi più allenati e facemmo pranzo. A scendere, in rigoroso ordine cronologico, il collega A forò due volte, il collega B riuscì a incaprettarsi su dei sassi e forò tre volte in un tratto di appena trecento metri. Il collega venuto con me era praticamente sicuro di essere fuori pericolo quando in entrata di curva riuscì a fare una quindicina di metri sulle gengive. E bon, quei tre lì con me in bici non ci sono mai più voluti venire.

Dimenticavo, parlando di sfiga. Uno che era a scuola con me si è addirittura fatto prete.

[NYFT]

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Ecco fatto

Tutti i pezzi dei due volumi dell’ebook Cronache di una sorte annunciata sono ora sul blog, commentabili, ricercabili, linkabili, eccetera. Rimane qualche inedito da pubblicare e poi abbiamo finito. Grazie a tutti.

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La sfiga dello scrittore

di Vincenzo Prencipe “khenzo” (testo) e “Cozla” (illustrazione)

Ho scritto una cosa bellissima poi l’ha mangiata il mio cane.

[I love Quentin]

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Shampoo

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

Inverno 1996. Ho diciassette anni, Kurt Cobain è morto da più di tre e tutti continuano a smarcarsi dal Grunge, dalle camicie di flanella, dal capello lungo, dalla fine della storia e dall’apatia degli anni novanta.

Io no. La camicia di flanella a quadrettoni rossi ce l’avevo pure quella sera, le scarpe basse da skater – airwalk si chiamavano, erano l’unica alternativa alle ormai introvabili all-star, prima che riesplodesse la moda -, le braghe larghe del mercatino dei frati di San Martino in tela verde sporca di idropittura, la maglia a maniche lunghe scura con sopra la t-shirt chiara e gli immancabili capelli lunghi. Tanti, lunghi, forti, folti, troppi capelli lunghi. Una fibra grossa e resistente, tenace, che ancora oggi mia madre rivendica come sua parte del corredo genetico.

Ricordo di essere andato da un barbiere serio una volta, di quelli che si fanno chiamare acconciatori, per dargli una pareggiata. La bottega si chiamava Jean Louis David, e a servirmi c’era uno che appunto avrei potuto confondere con quello che ha dipinto i ritratti dei primi borghesi e di Napoleone, uno molto gentile, molto cortese, molto attento, in sostanza molto effeminato. Dopo mezz’ora di accenni e virgole, tentennamenti, valutazioni, sforbiciate e meditazioni allo specchio per studiarmi il volto mentre lo guardavo incuriosito e stupito che qualcuno potesse cercare una soluzione, che non fosse il disboscamento a mezz’altezza, alla selva amazzonica che mi cresceva in testa, lui opta per una inedita riproposizione della criniera leonina alla Jim Morrison.

Quarantaquattro sforbiciate, due mucchietti, trentamila lire (che all’epoca eran soldi inconcepibili per un uomo dal barbiere) e tanti saluti. Mai odiato Jim Morrison così tenacemente, anche se oggi ammetto che non ne aveva colpa.

Ma quella sera d’inverno non ero leonino, no. Avevo preso la benedetta abitudine di rasarmi i capelli a zero dall’orecchio in giù, i restanti erano comunque abbastanza folti da coprire tutta la testa ma almeno mi evitavo l’effetto alettoni laterali e l’insopportabile caldo estivo. I rasta erano un miraggio, e per fortuna come i veri miraggi, non si sono mai avverati.

Quella sera era una sera speciale. Tra strade basse e nebbia manco a dirlo, ero l’imbucato alla festa punk-alternativa di Natale del liceo classico di Correggio. Amicizie che mi trascinavo dalle medie e che continuano ancora adesso mi avevano invitato. Come dire di no? La festa era ovviamente una manna dal cielo per chi, come me, era ancora senza patente, odiava la disco, adorava il rock e ancora di più le ragazze. Ma diversamente dagli altri, io ero uno straniero, un hidalgo oscuro e sconosciuto, forse anche pericoloso. Ero un famigerato rappresentante di quegli scarti esistenziali che frequentavano il professionale agrario Angelo Motti, istituto statale da anni rinomato per l’accozzaglia di esemplari da psicoanalisi e sottoproletariato post-eroina che era in grado di tenere lontano dalle strade, trattenendoseli tutti per se. Magari a fatica, ma con grande tenerezza. Quindi in quella situazione ero considerato alla stregua di un brutto soggetto, un tipo pericoloso, un buono a nulla ma capace di tutto. Indubbiamente quest’aura, insieme alla corona perenne di brufoletti sulla fronte e sulle guance e ai quattro peli appiccicati al mento e che non tagliavo da quell’estate, ne ero convinto, mi avrebbe reso irresistibile. Come frase ad effetto il poco d’inglese che sapevo mi permetteva un’allusiva “Hey Babe, take a walk on the wild side…”, mai usata per fortuna.

Prima di andarci però avevo allenamento di basket, non so perché, eravamo ormai vicini alle feste, non dovevano esserci partite in vista, il girone d’andata era già chiuso, eravamo in quei giorni che precedono la festa tra i parenti ma sono dopo la chiusura della scuola, una fase di interregno, una zona franca che attendeva solo noi. Sudata, doccia e poi via, partenza per raggiungere il salone delle feste di Mandrio dove il Partito bonario e filantropo lasciava i giovani divertirsi nella sua casa del popolo.

Ora, sono sempre stato molto volubile al fascino femminile e la vista di tutte quelle belle e selvagge liceali ribelli mi faceva seccare la gola. Il mio incanto era ovviamente potenziato dal passare trentasei ore alla settimana in una scuola dove la proporzione tra maschi e femmine era 7 a 1, una proporzione che saliva vertiginosamente 22 a 1 se restringevi il campo alle carine della scuola.
Avevo anche calcolato che se avessimo applicato la proporzione fino in fondo a me sarebbe toccato il gomito destro della Sara Fusina, ah, quante passeggiate romantiche sugli argini che avremmo potuto fare… Sara Fusina, un nome felino, gattesco, erotico di per sé, sembra finto ripensandoci, ma vi assicuro che era il sogno dolce e proibito di un’armata di adolescenti. Quando poi scoprimmo che aveva una sorella gemella, vi lascio immaginare il tripudio del nostro immaginario collettivo…

Ma quella sera la proporzione tra i generi non solo era ristabilita ma addirittura ribaltata, le ragazze erano più di noi e sembrava proprio che avessero voglia di divertirsi almeno quanto noi, finalmente.

Nel trambusto delle danze e delle luci di una strombo d’accatto la intravedo: è alta, quasi quanto me, boccoli ricci e lunghi, rosso fuoco, labbra carnose, naso piccino e uno sguardo così dolce da lasciarti tramortito. Devo assolutamente conoscerla. Mentre ballo, mi dimeno e rido ogni motivo è buono per voltarsi a cercarla, rubarle una guardata, uno scambio, eyecontact è un’altra delle poche parole inglesi che mi girano per la testa, il resto è il futuro già scritto di me e lei insieme.

D’un tratto al suo fianco compare uno spilungone, jeans chiaro e attillato, camicia marrone e stivaletti neri, un perfetto cowboy senza pistole, se non fosse che quando si volta ricorda più un nativo americano che un ranchero. Lo sguardo non mi sembra molto sveglio ma capisco subito che è lui il mio antagonista. Ha dei capelli neri lunghissimi, oltrepassano la spalla e calano fino all’ombelico, sottili e finissimi, sembrano infiniti. Non ci ho mai provato ma posso immaginare le ore che passa a lavarli, asciugarli coccolarli, orgoglio di una supremazia che sto per sfidare.
Dal lato opposto della sala comincio la traversata, determinato come un atleta di salto in alto, sciolto e rilassato come un divo, il sorriso di chi ha già visto e fatto tutto, porto la mano destra all’elastico che cinge i miei fantastici capelli neri riflesso mogano mentre con la sinistra mi appresto a scompigliarli per favorire l’effetto selvaggio e tenebroso di qui sopra, e niente.

Niente.

I capelli non si muovono, eppure l’elastico è già nella mia mano destra. La mano sinistra s’incaglia e faticosamente riemerge, solo a marcia indietro, da quello che sembra essere diventato un miscuglio di peli ruvidi e compatti. Pantano, sembra che in testa mi son versato del pantano, del fango secco di tre giorni. Cambio mano e m’infosso di nuovo. Ne tiro giù un ciuffo per capire cosa sta succedendo. M’è caduto in testa qualcosa? Ma i capelli sono puliti, lucidissimi, solo non hanno voglia di scendere e mi si appiattiscono in spuncioni laterali e tringolari come se fossi la statua della libertà. Mentre oltrepasso quella che sarebbe potuta essere la donna della mia vita e il mio rivale Sansone con una faccia da stupido e mi lancio nel bagno per sfuggire alla derisione generale, un solo pensiero evapora dalla doccia post allenamento e precipita sull’unico flacone che avevo nella borsa, la scritta in corsivo snello: Balsamo.

[Barabba]

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Velut Luna

di Federico Pucci “Cratete”

Non esiste la cattiva sorte, esistono solo finali sbagliati.

Se c’è un popolo che ha fatto della sfiga un emblema, questo è il popolo greco. “Non nascere è il destino migliore”, diceva quell’orbo di Edipo, “il secondo, se nati, morire il prima possibile”. Ah, la malinconia mediterranea: il sole, il mare, le olive, l’incesto non vi bastavano. Poi, una sera d’estate, la combriccola degli allegroni ti fa sedere a teatro con la scusa della catarsi, e ti attacca un pippone, ad esempio quello di Titone.

Titone è il più figo di tutta la Grecia, e infatti è nato a Troia: nipote di fiume, figlio di ninfa, facile. Mattina è una dea alba e chiara, innamorata di tutti per un sacrilegio, e infatti sopra le facce di tutti i dormienti passa una carezza calda e puntuale come una sveglia solare, una promessa di tornare domani che consola e spaventa tutti quanti.
Solo dentro questi racconti, però, e non si capisce perché, gli adolescenti disprezzano l’accoppiamento.  Specialmente i più belli, gli atleti coperti d’olio e di sabbia, hanno schifo a farsi toccare dalle donne, specialmente se sono dee dalle dita rosate: un paradiso per gli sfigati, questo mito.  “Io sono giovane, Mattina, quindi lascia perdere le carezze, che a me importa solo lanciare il disco, il giavellotto. A me piace lanciar robe, insomma, non mi scocciare”.

Ma che vuoi fare con una dea, lanciarle contro un giavellotto? Non puoi, non sei Achille: sei Titone, un belloccio qualsiasi, greco di Troia. E allora scappa, va’ ad ovest, a seguire la tua Luna di castità, sai che spasso. Corri alla tua finis terrae. O dimostrami, Titone, che la terra non ha termine e che puoi continuare a correre in eterno. Fuggire da una dea è un gran peccato: mi sembri stupido a inseguire la notte, come se il tramonto non ci deludesse abbastanza, come se la notte fosse un porto sicuro. Opportuna è la sorte che non cambia faccia, non certo la Luna: quella si gira, ti guarda sbilenca, ti mostra il profilo a forma di torta e non ti darà il culo, mai e poi mai.

A furia di scappare, Titone, due gambe. Mica come Jim Fixx, l’inventore del jogging, ammazzato da un infarto durante una corsetta, ah ah – ma questa storia la conoscono tutti. La storia di Titone, invece, non finisce al confine del mondo. Quando Mattina inciampò e il tempo si fermò, a lui sale in alto l’organo del pianto a stringere la gola. È la maledizione delle donne stupende, l’amore a costo della frustrazione. Questo è il momento di diventare uomo, di farsi crescere i peli sul petto, l’ora del pancrazio in camera da letto, alla faccia dei giavellotti. E allora siano nozze di dea: nettare ovunque, etti d’ambrosia tagliata spessa, i rotolanti pomi dorati e Sofocle dietro una tenda a pregare il malocchio. Perché, dentro questi racconti, tutte le storie vanno a male, come le strade d’Atene e di Troia ti portano al mare: non ci puoi fare niente – tutti lo sanno, i Greci annuiscono e gli aedi si fregano le mani – un uomo, per quanto bello e felice, non vivrà per sempre e andrà alla malora.

Un giorno Mattina va dal suo principale a chiedergli una proroga sulla morte, che Titone sia immortale, ma più in alto del capo c’è sempre il padrone della baracca olimpia: tre vecchie bagasce, che a ciascuno appioppano una sfiga, le Parche, dèe con le quali non si scherza. Prima o poi, il loro dito nodoso si fermerà sul tuo nome e allora potrai solo aspettare, accettare, giusto il tempo di capire quell’orbo di Edipo. E allora, dentro questo racconto, pur di deprimerti, anche le dee si sbagliano. Hai dimenticato di chiedere la giovinezza eterna, oh sciocca Mattina: sarai costretta a vedere il tuo giovane amore invecchiare all’infinito.

Non puoi scrivere queste storie senza spiegare come si invecchia all’infinito: i Greci dicono che ci si consuma all’estremo. La rugiada scorre a gocce dalla faccia della Mattina, perché nemmeno le calde carezze possono arrestare l’erosione dei venti e dei tempi, e Titone si riduce ormai a un’unica piccola ruga, finché, per pietà, il gran capo dall’alto lo tramuta in cicala. Ma la cicala è un animale orribile, non è così che si conclude. I Greci sbuffano e ti accontentano apponendo la postilla che straccia le mutande: s’inventano che le cicale si nutrano di rugiada – tanto chi può andare a controllare? – e ti sfidano a sentire come suona meglio così: “Ogni notte d’estate, Titone rimprovera alla Luna di non averlo preso con sé fra i puri di corpo, canta la nostalgia della Mattina e, quando spunta il sole, vola a rubarle le lacrime sul dorso delle foglie. Ma, soprattutto, quando sente che in un teatro si fa catarsi alle sue spalle, disturba i mitologici pipponi facendo un gran frastuono di sottofondo”.

Che, come spiegazione del frinito, e anche come finale, mi sembra decisamente migliore.

[Cratete]

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Il veggente

di “eFFe”

I pochi amici intimi di Osvaldo Gargiulo si meravigliavano – di quella meraviglia condita con una punta di orgoglio – del fatto che costui a primo acchito sembrasse una persona assolutamente normale. Un bell’uomo, dal fisico alto ed asciutto, la capigliatura fluente di color castano chiaro, Osvaldo vestiva sempre con una sobria e curata eleganza, facendosi cucire le camicie su misura da una prestigiosa sartoria napoletana. In buona sostanza, nulla della sua apparenza lasciava trapelare, agli occhi di chi non lo conoscesse, il suo dono.
Quel dono, terribile e fortunato ad un tempo, gli consentiva di vivere con agiatezza, senza doversi preoccupare più di tanto delle noie della quotidianità o delle incognite del futuro. A dire il vero il futuro, almeno quello prossimo, era per lui un territorio familiare. Osvaldo aveva la singolare capacità di prevedere con accuratissima precisione tutto quello che sarebbe accaduto nel giro di qualche ora. Sin da bambino, quando stupiva il padre prevedendo i risultati delle partite di calcio della domenica, Osvaldo non aveva mai mancato un colpo. Fu proprio il padre, un vecchio anarchico ateo e bestemmiatore, a prendere atto per primo dell’inspiegabile dote del figlio, la cui evidenza minava in profondità tutte le sue convinzioni intorno al destino, all’importanza della scienza e dei suoi metodi, all’esistenza di un dio. Ma da pratico materialista qual era, scansò assai rapidamente quelle questioni e quei dubbi e si convinse a fare il miglior uso possibile delle capacità del figlio.

– Osvaldo, bello di papà, secondo te il Napoli che fa domani?
– È possibile che perde, papà.
– Ah, e questa è una brutta notizia! Sei sicuro a’ppapà?
– È possibile.
– E il Torino?
– È possibile che pareggia.

Osvaldo, come ogni bambino, non aveva ancora coscienza delle sue capacità, né di quelle comuni ad altri bambini né di quella che era solo sua. Seppur sentisse in cuor suo che le risposte che dava erano certe, per un antico senso di vergogna rispondeva sempre “è possibile”. All’inizio il padre esitava di fronte a delle affermazioni così sibilline, ma dopo poco tempo verificò con precisione matematica che tutte le previsioni del figlio si erano poi avverate. A partire dal 1957, anno del nono compleanno di Osvaldo, il padre cominciò a giocare ogni sabato pomeriggio la schedina del Totocalcio seguendo tutti i pronostici dettati dalla sua creatura. Nel giro di un anno la famiglia Gargiulo fu in grado di appianare qualche antica pendenza e di acquistare un appartamento signorile nella zona di Via Chiaia. Il Signor Gargiulo non dimenticò tuttavia i vecchi compagni e le cause comuni e sia agli uni che alle altre destinò – in maniera anonima – una parte delle fortune sottratte ai Monopoli di Stato.

Alla soglia dei trent’anni Osvaldo era un uomo di ottima salute, gradevole e ben educato, ma non per questo eccessivamente socievole. Il suo giro di amicizie era limitato a Pasquale e Carlo, due vecchi compagni di giochi con i quali era cresciuto giocando a pallone per strada tra Piazza Ottocalli e i Ponti Rossi, e Salvatore, con cui aveva frequentato le medie e il liceo dopo essersi trasferito. Tutti gli altri lui li giudicava semplici conoscenze. Solo quei tre – Pasquale, Carlo e Salvatore – erano a conoscenza del suo dono, e in buona parte ne avevano spesso beneficiato: Salvatore seppe con un giorno di anticipo quale tema d’Italiano sarebbe uscito all’esame di maturità; Pasquale ricevette una mattina una telefonata di Osvaldo che lo avvisava di non andare in ufficio quel giorno – avrebbe saputo in serata che il suo principale, colto da un raptus omicida, aveva scaricato un intero caricatore nella stanza dei contabili. Carlo, invece, che era un inguaribile pessimista, preferiva non chiedere nulla al suo amico veggente, nella certezza che le sue previsioni riguardassero sempre della sciagure. Solo una volta si consultò con Osvaldo, in quell’anno funesto che fu il 1977.

– Osvà, ho fatto una stronzata, ho dato ospitalità a due compagni ricercati dalla polizia. Secondo te posso passare un guaio?
– È possibile che ti arrestino Carlo. Avresti potuto immaginarlo da solo, mica te lo devo dire io? Lo sai che clima c’è in questo periodo, no?

Carlo considerò la possibilità ventilata da Osvaldo come una matematica certezza. Il suo pessimismo, il nemico di sempre, sembrava suggerirgli soavemente a un orecchio di non darsi troppa pena e di aprire una bottiglia di spumante per festeggiare, prima che fosse troppo tardi. Con un allegro fatalismo, propose allora ad Osvaldo di andare a prendere un aperitivo.

Al bar di Via dei Mille furono raggiunti da Pasquale e Salvatore, e scambiarono rapidi saluti con diversi avventori. Ordinarono una bottiglia di spumante. Il barista, sorpreso da questa inusuale richiesta, domandò loro se avessero qualcosa da festeggiare.

– Quel che resta della vita – risposte sibillino Carlo.

Fu lui stesso a incaricarsi di stapparla e versarne il contenuto nei bicchieri sul banco. Nell’istante stesso in cui il tappo di sughero saltò con uno schiocco dal collo della bottiglia, cominciarono a sentirsi in lontananza delle sirene. Carlo non ebbe dubbi.

– È possibile che stiano venendo qui.

La frase di Osvaldo tranquillizzò talmente Carlo, ormai pronto ad accettare il suo certo destino, che sul suo volto apparve un sorriso di grande serenità. Portò il flûte alla bocca, diede una prima sorsata per apprezzare lo spumante, e poi vuotò il resto del bicchiere d’un fiato. Le sirene erano sempre più vicine.

– Osvaldo Gargiulo?
– Sì?
– Lei è in arresto per truffa aggravata ai danni dei Monopoli di Stato. Metta le mani sul bancone e allarghi le gambe.

Il giovane tenente dei carabinieri aveva usato un tono forte e sicuro di sé; i suoi sottoposti si avvicinarono a Osvaldo e con perizia e rapidità lo perquisirono, lo ammanettarono e lo portarono verso la seconda volante parcheggiata appena fuori. Pasquale, Salvatore e soprattutto Carlo trasalirono. Anche questa volta Osvaldo aveva indovinato: quelle sirene stavano venendo proprio da loro.

[abcde.eFFe]

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Cronache di un venerdì 17 prossimo venturo

Venerdì 17 dicembre, allo spazio Meme di Carpi – e dove sennò? – ci sarà la seconda lettura pubblica di Cronache di una sorte annunciata. Forse è anche l’ultima. O comunque quella dopo, se guardiamo il calendario, sarà a giugno del 2011 se ne avremo ancora voglia.

Intanto, venerdì 17, a Carpi, ci saranno i barabbisti, le elene, i benty, le ludoviche, i simonerossi e i bici, i nasi rossi della foto là in alto e tante altre belle cose. Venite, dai, e – era un po’ che non lo dicevamo – accettate la sfiga.

(la foto là in alto è del prode calamelli)

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