Shampoo

di Luca Zirondoli “carlo dulinizo”

Inverno 1996. Ho diciassette anni, Kurt Cobain è morto da più di tre e tutti continuano a smarcarsi dal Grunge, dalle camicie di flanella, dal capello lungo, dalla fine della storia e dall’apatia degli anni novanta.

Io no. La camicia di flanella a quadrettoni rossi ce l’avevo pure quella sera, le scarpe basse da skater – airwalk si chiamavano, erano l’unica alternativa alle ormai introvabili all-star, prima che riesplodesse la moda -, le braghe larghe del mercatino dei frati di San Martino in tela verde sporca di idropittura, la maglia a maniche lunghe scura con sopra la t-shirt chiara e gli immancabili capelli lunghi. Tanti, lunghi, forti, folti, troppi capelli lunghi. Una fibra grossa e resistente, tenace, che ancora oggi mia madre rivendica come sua parte del corredo genetico.

Ricordo di essere andato da un barbiere serio una volta, di quelli che si fanno chiamare acconciatori, per dargli una pareggiata. La bottega si chiamava Jean Louis David, e a servirmi c’era uno che appunto avrei potuto confondere con quello che ha dipinto i ritratti dei primi borghesi e di Napoleone, uno molto gentile, molto cortese, molto attento, in sostanza molto effeminato. Dopo mezz’ora di accenni e virgole, tentennamenti, valutazioni, sforbiciate e meditazioni allo specchio per studiarmi il volto mentre lo guardavo incuriosito e stupito che qualcuno potesse cercare una soluzione, che non fosse il disboscamento a mezz’altezza, alla selva amazzonica che mi cresceva in testa, lui opta per una inedita riproposizione della criniera leonina alla Jim Morrison.

Quarantaquattro sforbiciate, due mucchietti, trentamila lire (che all’epoca eran soldi inconcepibili per un uomo dal barbiere) e tanti saluti. Mai odiato Jim Morrison così tenacemente, anche se oggi ammetto che non ne aveva colpa.

Ma quella sera d’inverno non ero leonino, no. Avevo preso la benedetta abitudine di rasarmi i capelli a zero dall’orecchio in giù, i restanti erano comunque abbastanza folti da coprire tutta la testa ma almeno mi evitavo l’effetto alettoni laterali e l’insopportabile caldo estivo. I rasta erano un miraggio, e per fortuna come i veri miraggi, non si sono mai avverati.

Quella sera era una sera speciale. Tra strade basse e nebbia manco a dirlo, ero l’imbucato alla festa punk-alternativa di Natale del liceo classico di Correggio. Amicizie che mi trascinavo dalle medie e che continuano ancora adesso mi avevano invitato. Come dire di no? La festa era ovviamente una manna dal cielo per chi, come me, era ancora senza patente, odiava la disco, adorava il rock e ancora di più le ragazze. Ma diversamente dagli altri, io ero uno straniero, un hidalgo oscuro e sconosciuto, forse anche pericoloso. Ero un famigerato rappresentante di quegli scarti esistenziali che frequentavano il professionale agrario Angelo Motti, istituto statale da anni rinomato per l’accozzaglia di esemplari da psicoanalisi e sottoproletariato post-eroina che era in grado di tenere lontano dalle strade, trattenendoseli tutti per se. Magari a fatica, ma con grande tenerezza. Quindi in quella situazione ero considerato alla stregua di un brutto soggetto, un tipo pericoloso, un buono a nulla ma capace di tutto. Indubbiamente quest’aura, insieme alla corona perenne di brufoletti sulla fronte e sulle guance e ai quattro peli appiccicati al mento e che non tagliavo da quell’estate, ne ero convinto, mi avrebbe reso irresistibile. Come frase ad effetto il poco d’inglese che sapevo mi permetteva un’allusiva “Hey Babe, take a walk on the wild side…”, mai usata per fortuna.

Prima di andarci però avevo allenamento di basket, non so perché, eravamo ormai vicini alle feste, non dovevano esserci partite in vista, il girone d’andata era già chiuso, eravamo in quei giorni che precedono la festa tra i parenti ma sono dopo la chiusura della scuola, una fase di interregno, una zona franca che attendeva solo noi. Sudata, doccia e poi via, partenza per raggiungere il salone delle feste di Mandrio dove il Partito bonario e filantropo lasciava i giovani divertirsi nella sua casa del popolo.

Ora, sono sempre stato molto volubile al fascino femminile e la vista di tutte quelle belle e selvagge liceali ribelli mi faceva seccare la gola. Il mio incanto era ovviamente potenziato dal passare trentasei ore alla settimana in una scuola dove la proporzione tra maschi e femmine era 7 a 1, una proporzione che saliva vertiginosamente 22 a 1 se restringevi il campo alle carine della scuola.
Avevo anche calcolato che se avessimo applicato la proporzione fino in fondo a me sarebbe toccato il gomito destro della Sara Fusina, ah, quante passeggiate romantiche sugli argini che avremmo potuto fare… Sara Fusina, un nome felino, gattesco, erotico di per sé, sembra finto ripensandoci, ma vi assicuro che era il sogno dolce e proibito di un’armata di adolescenti. Quando poi scoprimmo che aveva una sorella gemella, vi lascio immaginare il tripudio del nostro immaginario collettivo…

Ma quella sera la proporzione tra i generi non solo era ristabilita ma addirittura ribaltata, le ragazze erano più di noi e sembrava proprio che avessero voglia di divertirsi almeno quanto noi, finalmente.

Nel trambusto delle danze e delle luci di una strombo d’accatto la intravedo: è alta, quasi quanto me, boccoli ricci e lunghi, rosso fuoco, labbra carnose, naso piccino e uno sguardo così dolce da lasciarti tramortito. Devo assolutamente conoscerla. Mentre ballo, mi dimeno e rido ogni motivo è buono per voltarsi a cercarla, rubarle una guardata, uno scambio, eyecontact è un’altra delle poche parole inglesi che mi girano per la testa, il resto è il futuro già scritto di me e lei insieme.

D’un tratto al suo fianco compare uno spilungone, jeans chiaro e attillato, camicia marrone e stivaletti neri, un perfetto cowboy senza pistole, se non fosse che quando si volta ricorda più un nativo americano che un ranchero. Lo sguardo non mi sembra molto sveglio ma capisco subito che è lui il mio antagonista. Ha dei capelli neri lunghissimi, oltrepassano la spalla e calano fino all’ombelico, sottili e finissimi, sembrano infiniti. Non ci ho mai provato ma posso immaginare le ore che passa a lavarli, asciugarli coccolarli, orgoglio di una supremazia che sto per sfidare.
Dal lato opposto della sala comincio la traversata, determinato come un atleta di salto in alto, sciolto e rilassato come un divo, il sorriso di chi ha già visto e fatto tutto, porto la mano destra all’elastico che cinge i miei fantastici capelli neri riflesso mogano mentre con la sinistra mi appresto a scompigliarli per favorire l’effetto selvaggio e tenebroso di qui sopra, e niente.

Niente.

I capelli non si muovono, eppure l’elastico è già nella mia mano destra. La mano sinistra s’incaglia e faticosamente riemerge, solo a marcia indietro, da quello che sembra essere diventato un miscuglio di peli ruvidi e compatti. Pantano, sembra che in testa mi son versato del pantano, del fango secco di tre giorni. Cambio mano e m’infosso di nuovo. Ne tiro giù un ciuffo per capire cosa sta succedendo. M’è caduto in testa qualcosa? Ma i capelli sono puliti, lucidissimi, solo non hanno voglia di scendere e mi si appiattiscono in spuncioni laterali e tringolari come se fossi la statua della libertà. Mentre oltrepasso quella che sarebbe potuta essere la donna della mia vita e il mio rivale Sansone con una faccia da stupido e mi lancio nel bagno per sfuggire alla derisione generale, un solo pensiero evapora dalla doccia post allenamento e precipita sull’unico flacone che avevo nella borsa, la scritta in corsivo snello: Balsamo.

[Barabba]

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Velut Luna

di Federico Pucci “Cratete”

Non esiste la cattiva sorte, esistono solo finali sbagliati.

Se c’è un popolo che ha fatto della sfiga un emblema, questo è il popolo greco. “Non nascere è il destino migliore”, diceva quell’orbo di Edipo, “il secondo, se nati, morire il prima possibile”. Ah, la malinconia mediterranea: il sole, il mare, le olive, l’incesto non vi bastavano. Poi, una sera d’estate, la combriccola degli allegroni ti fa sedere a teatro con la scusa della catarsi, e ti attacca un pippone, ad esempio quello di Titone.

Titone è il più figo di tutta la Grecia, e infatti è nato a Troia: nipote di fiume, figlio di ninfa, facile. Mattina è una dea alba e chiara, innamorata di tutti per un sacrilegio, e infatti sopra le facce di tutti i dormienti passa una carezza calda e puntuale come una sveglia solare, una promessa di tornare domani che consola e spaventa tutti quanti.
Solo dentro questi racconti, però, e non si capisce perché, gli adolescenti disprezzano l’accoppiamento.  Specialmente i più belli, gli atleti coperti d’olio e di sabbia, hanno schifo a farsi toccare dalle donne, specialmente se sono dee dalle dita rosate: un paradiso per gli sfigati, questo mito.  “Io sono giovane, Mattina, quindi lascia perdere le carezze, che a me importa solo lanciare il disco, il giavellotto. A me piace lanciar robe, insomma, non mi scocciare”.

Ma che vuoi fare con una dea, lanciarle contro un giavellotto? Non puoi, non sei Achille: sei Titone, un belloccio qualsiasi, greco di Troia. E allora scappa, va’ ad ovest, a seguire la tua Luna di castità, sai che spasso. Corri alla tua finis terrae. O dimostrami, Titone, che la terra non ha termine e che puoi continuare a correre in eterno. Fuggire da una dea è un gran peccato: mi sembri stupido a inseguire la notte, come se il tramonto non ci deludesse abbastanza, come se la notte fosse un porto sicuro. Opportuna è la sorte che non cambia faccia, non certo la Luna: quella si gira, ti guarda sbilenca, ti mostra il profilo a forma di torta e non ti darà il culo, mai e poi mai.

A furia di scappare, Titone, due gambe. Mica come Jim Fixx, l’inventore del jogging, ammazzato da un infarto durante una corsetta, ah ah – ma questa storia la conoscono tutti. La storia di Titone, invece, non finisce al confine del mondo. Quando Mattina inciampò e il tempo si fermò, a lui sale in alto l’organo del pianto a stringere la gola. È la maledizione delle donne stupende, l’amore a costo della frustrazione. Questo è il momento di diventare uomo, di farsi crescere i peli sul petto, l’ora del pancrazio in camera da letto, alla faccia dei giavellotti. E allora siano nozze di dea: nettare ovunque, etti d’ambrosia tagliata spessa, i rotolanti pomi dorati e Sofocle dietro una tenda a pregare il malocchio. Perché, dentro questi racconti, tutte le storie vanno a male, come le strade d’Atene e di Troia ti portano al mare: non ci puoi fare niente – tutti lo sanno, i Greci annuiscono e gli aedi si fregano le mani – un uomo, per quanto bello e felice, non vivrà per sempre e andrà alla malora.

Un giorno Mattina va dal suo principale a chiedergli una proroga sulla morte, che Titone sia immortale, ma più in alto del capo c’è sempre il padrone della baracca olimpia: tre vecchie bagasce, che a ciascuno appioppano una sfiga, le Parche, dèe con le quali non si scherza. Prima o poi, il loro dito nodoso si fermerà sul tuo nome e allora potrai solo aspettare, accettare, giusto il tempo di capire quell’orbo di Edipo. E allora, dentro questo racconto, pur di deprimerti, anche le dee si sbagliano. Hai dimenticato di chiedere la giovinezza eterna, oh sciocca Mattina: sarai costretta a vedere il tuo giovane amore invecchiare all’infinito.

Non puoi scrivere queste storie senza spiegare come si invecchia all’infinito: i Greci dicono che ci si consuma all’estremo. La rugiada scorre a gocce dalla faccia della Mattina, perché nemmeno le calde carezze possono arrestare l’erosione dei venti e dei tempi, e Titone si riduce ormai a un’unica piccola ruga, finché, per pietà, il gran capo dall’alto lo tramuta in cicala. Ma la cicala è un animale orribile, non è così che si conclude. I Greci sbuffano e ti accontentano apponendo la postilla che straccia le mutande: s’inventano che le cicale si nutrano di rugiada – tanto chi può andare a controllare? – e ti sfidano a sentire come suona meglio così: “Ogni notte d’estate, Titone rimprovera alla Luna di non averlo preso con sé fra i puri di corpo, canta la nostalgia della Mattina e, quando spunta il sole, vola a rubarle le lacrime sul dorso delle foglie. Ma, soprattutto, quando sente che in un teatro si fa catarsi alle sue spalle, disturba i mitologici pipponi facendo un gran frastuono di sottofondo”.

Che, come spiegazione del frinito, e anche come finale, mi sembra decisamente migliore.

[Cratete]

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Il veggente

di “eFFe”

I pochi amici intimi di Osvaldo Gargiulo si meravigliavano – di quella meraviglia condita con una punta di orgoglio – del fatto che costui a primo acchito sembrasse una persona assolutamente normale. Un bell’uomo, dal fisico alto ed asciutto, la capigliatura fluente di color castano chiaro, Osvaldo vestiva sempre con una sobria e curata eleganza, facendosi cucire le camicie su misura da una prestigiosa sartoria napoletana. In buona sostanza, nulla della sua apparenza lasciava trapelare, agli occhi di chi non lo conoscesse, il suo dono.
Quel dono, terribile e fortunato ad un tempo, gli consentiva di vivere con agiatezza, senza doversi preoccupare più di tanto delle noie della quotidianità o delle incognite del futuro. A dire il vero il futuro, almeno quello prossimo, era per lui un territorio familiare. Osvaldo aveva la singolare capacità di prevedere con accuratissima precisione tutto quello che sarebbe accaduto nel giro di qualche ora. Sin da bambino, quando stupiva il padre prevedendo i risultati delle partite di calcio della domenica, Osvaldo non aveva mai mancato un colpo. Fu proprio il padre, un vecchio anarchico ateo e bestemmiatore, a prendere atto per primo dell’inspiegabile dote del figlio, la cui evidenza minava in profondità tutte le sue convinzioni intorno al destino, all’importanza della scienza e dei suoi metodi, all’esistenza di un dio. Ma da pratico materialista qual era, scansò assai rapidamente quelle questioni e quei dubbi e si convinse a fare il miglior uso possibile delle capacità del figlio.

– Osvaldo, bello di papà, secondo te il Napoli che fa domani?
– È possibile che perde, papà.
– Ah, e questa è una brutta notizia! Sei sicuro a’ppapà?
– È possibile.
– E il Torino?
– È possibile che pareggia.

Osvaldo, come ogni bambino, non aveva ancora coscienza delle sue capacità, né di quelle comuni ad altri bambini né di quella che era solo sua. Seppur sentisse in cuor suo che le risposte che dava erano certe, per un antico senso di vergogna rispondeva sempre “è possibile”. All’inizio il padre esitava di fronte a delle affermazioni così sibilline, ma dopo poco tempo verificò con precisione matematica che tutte le previsioni del figlio si erano poi avverate. A partire dal 1957, anno del nono compleanno di Osvaldo, il padre cominciò a giocare ogni sabato pomeriggio la schedina del Totocalcio seguendo tutti i pronostici dettati dalla sua creatura. Nel giro di un anno la famiglia Gargiulo fu in grado di appianare qualche antica pendenza e di acquistare un appartamento signorile nella zona di Via Chiaia. Il Signor Gargiulo non dimenticò tuttavia i vecchi compagni e le cause comuni e sia agli uni che alle altre destinò – in maniera anonima – una parte delle fortune sottratte ai Monopoli di Stato.

Alla soglia dei trent’anni Osvaldo era un uomo di ottima salute, gradevole e ben educato, ma non per questo eccessivamente socievole. Il suo giro di amicizie era limitato a Pasquale e Carlo, due vecchi compagni di giochi con i quali era cresciuto giocando a pallone per strada tra Piazza Ottocalli e i Ponti Rossi, e Salvatore, con cui aveva frequentato le medie e il liceo dopo essersi trasferito. Tutti gli altri lui li giudicava semplici conoscenze. Solo quei tre – Pasquale, Carlo e Salvatore – erano a conoscenza del suo dono, e in buona parte ne avevano spesso beneficiato: Salvatore seppe con un giorno di anticipo quale tema d’Italiano sarebbe uscito all’esame di maturità; Pasquale ricevette una mattina una telefonata di Osvaldo che lo avvisava di non andare in ufficio quel giorno – avrebbe saputo in serata che il suo principale, colto da un raptus omicida, aveva scaricato un intero caricatore nella stanza dei contabili. Carlo, invece, che era un inguaribile pessimista, preferiva non chiedere nulla al suo amico veggente, nella certezza che le sue previsioni riguardassero sempre della sciagure. Solo una volta si consultò con Osvaldo, in quell’anno funesto che fu il 1977.

– Osvà, ho fatto una stronzata, ho dato ospitalità a due compagni ricercati dalla polizia. Secondo te posso passare un guaio?
– È possibile che ti arrestino Carlo. Avresti potuto immaginarlo da solo, mica te lo devo dire io? Lo sai che clima c’è in questo periodo, no?

Carlo considerò la possibilità ventilata da Osvaldo come una matematica certezza. Il suo pessimismo, il nemico di sempre, sembrava suggerirgli soavemente a un orecchio di non darsi troppa pena e di aprire una bottiglia di spumante per festeggiare, prima che fosse troppo tardi. Con un allegro fatalismo, propose allora ad Osvaldo di andare a prendere un aperitivo.

Al bar di Via dei Mille furono raggiunti da Pasquale e Salvatore, e scambiarono rapidi saluti con diversi avventori. Ordinarono una bottiglia di spumante. Il barista, sorpreso da questa inusuale richiesta, domandò loro se avessero qualcosa da festeggiare.

– Quel che resta della vita – risposte sibillino Carlo.

Fu lui stesso a incaricarsi di stapparla e versarne il contenuto nei bicchieri sul banco. Nell’istante stesso in cui il tappo di sughero saltò con uno schiocco dal collo della bottiglia, cominciarono a sentirsi in lontananza delle sirene. Carlo non ebbe dubbi.

– È possibile che stiano venendo qui.

La frase di Osvaldo tranquillizzò talmente Carlo, ormai pronto ad accettare il suo certo destino, che sul suo volto apparve un sorriso di grande serenità. Portò il flûte alla bocca, diede una prima sorsata per apprezzare lo spumante, e poi vuotò il resto del bicchiere d’un fiato. Le sirene erano sempre più vicine.

– Osvaldo Gargiulo?
– Sì?
– Lei è in arresto per truffa aggravata ai danni dei Monopoli di Stato. Metta le mani sul bancone e allarghi le gambe.

Il giovane tenente dei carabinieri aveva usato un tono forte e sicuro di sé; i suoi sottoposti si avvicinarono a Osvaldo e con perizia e rapidità lo perquisirono, lo ammanettarono e lo portarono verso la seconda volante parcheggiata appena fuori. Pasquale, Salvatore e soprattutto Carlo trasalirono. Anche questa volta Osvaldo aveva indovinato: quelle sirene stavano venendo proprio da loro.

[abcde.eFFe]

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Cronache di un venerdì 17 prossimo venturo

Venerdì 17 dicembre, allo spazio Meme di Carpi – e dove sennò? – ci sarà la seconda lettura pubblica di Cronache di una sorte annunciata. Forse è anche l’ultima. O comunque quella dopo, se guardiamo il calendario, sarà a giugno del 2011 se ne avremo ancora voglia.

Intanto, venerdì 17, a Carpi, ci saranno i barabbisti, le elene, i benty, le ludoviche, i simonerossi e i bici, i nasi rossi della foto là in alto e tante altre belle cose. Venite, dai, e – era un po’ che non lo dicevamo – accettate la sfiga.

(la foto là in alto è del prode calamelli)

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Petrolio parzialmente scremato

di Alessandro Viola

Ogni giorno la fabbrica “Milk and Milk” sforna milioni di litri di latte opportunamente inscatolati dentro una quantità impressionante di pacchetti in tetrapak. La mattina, furgoni pieni di latte provenienti da chissà dove, munto con avanzati sistemi da mucche trattate chimicamente e adeguatamente controllate, finisce in una centrale di smistamento dove viene inscatolato e smerciato. Un prodotto, insomma, ottenuto con sistemi all’avanguardia; e parlo di agenti chimici che permettono una maggior produzione di latte: altri prodotti sono invece dei detergenti per pulire le mammelle dopo la mungitura automatica, altri ancora servono per farle rimanere toniche, altre per il pelo, e numerose altre i cui scopi sono marginali quanto incomprensibili. Sta di fatto che se ne fa molto uso, e i risultati di tutto ciò si riscontrano in una produzione superiore alla media, ovviamente. Sulla qualità, poi, non starei a sindacare. Le cose erano andate sempre bene, e nessuno si era mai lamentato. Sta di fatto, però, che durante l’estate, non so se per il calore che si era andato ad addensare nella stanza degli agenti chimici, o forse per lo sguardo trascurato del controllore e degli addetti che non avevano notato la scadenza incombente se non superata sull’etichetta di qualche prodotto, o il diverso ordine di somministrazione, o addirittura la mancata somministrazione, o la diversa modalità, non vi so dire, probabilmente per un fattore che adesso mi sfugge, avvenne un fatto che più che strano oserei definire incredibile. Non so come dirlo, ma, ecco, sentite, il giorno dopo, dentro i pacchi di tetrapak, dentro solo alcuni di questi non vi era del latte. Scena esplicativa quanto reale: una signora va a fare la spesa, compra del latte, mettiamo una cassetta da dieci confezioni, e tornata a casa. Quando utile, poi, ne apre una e due e tre, ed è sempre buono, sempre latte. Arriva un giorno poi, una colazione più precisamente, in cui va ad aprire il beccuccio con la forbice, taglia, e versa dentro una tazza. A schiumeggiare dentro la tazza di plastica a fiori non è latte, nemmeno qualcosa che gli somiglia. Per quanto possa apparire strano è un liquido nero, oleoso. Si avvicina col naso per capire che roba sia, annusa e lo riconosce dall’odoraccio che ad alcuni piace e che sente ogni volta che va a fare il pieno alla pompa di benzina sotto casa sua: è petrolio. La voce si sparge e spunta fuori che la nostra signora immaginaria non è affatto l’unica, ma ce ne siano delle altre, molte altre. Si venne così a scoprire che quel determinato giorno alcune di quelle mucche avevano prodotto del petrolio. Fervore generale. In questo genere di situazioni iniziano a spuntare strane figure di colpevoli della grande fortuna, parlo della smaniosa ricerca di quel fortuito errore che ha condotto a un tale miracolo. Spuntano così magazzinieri distratti, i quali in diverse circostanze e con diverse conseguenze del loro errore non si sarebbero mai sognati di venir fuori e che adesso, invece, si fanno largo orgogliosi della loro incompetenza e distrazione. La morte di un intero blocco di bestiame, ad esempio, sarebbe stato un ottimo deterrente. Ma non questa volta, anzi, addirittura si costituiscono dei falsi colpevoli che si vorrebbero accaparrare il merito dell’errore di un altro. Assurdo. Ma in mezzo a quella buona cinquantina di persone, una in particolare procurò prove concrete: Un magazziniere. Stava ripulendo una di quelle stalle, la stalla colpevole, quando a un certo punto, senza farlo apposta, rovesciò vari di quei prodotti chimici in terra i quali si andarono a mescolare confusamente creando quella che agli occhi di tutti appariva come una strana pozza scura. Accortosi dell’errore raccolse tutte le bottiglie cadute, le tappò, e le mise al loro posto per poi fuggirsene. Non si perse tempo, e dopo la confessione ci si precipitò con una folta equipe di chimici e biologi nel luogo del misfatto. La pozza era tuttora presente. Nera e ancora ribollente di reazioni e rollii di moli, sembrava ancora fresca, con la sua aria da brodo primordiale, da culla di sconvolgimento. Le bolle che affioravano pesanti e dense, arrivate al culmine esplodevano, lasciando volare via quella che sembrava un anima sottile come il filo di una ragnatela, come di fumo. Il cadavere, l’involucro da dove esso era sgusciato ricadeva su se stesso, tornando a rimescolarsi in quella strana brodaglia che non avrebbe tardato molto a resuscitarlo. E proprio quel vaporoso filo di nailon, svolazzando e dissolvendosi, a volte riusciva ad entrare dentro le narici dei bovini, e facendo un abile slalom arrivava diretto nei polmoni. La pozza infatti si trovava a poco più di un metro dagli animali. Gli scienziati raccolsero con cura alcuni campioni e li analizzarono. Passarono mesi prima che riuscissero a riprodurlo in laboratorio. Il gruppo di mucche che quel giorno fu protagonista del miracolo venne messo a parte. Venne così creato un settore apposito per la sperimentazione di quella che sarebbe potuta essere una delle scoperte più sconvolgenti dell’uomo, e come tale del tutto fortuita e casuale.

Parallelamente, il laboratorio si presentava formicolante ed eccitato dalla nuova scoperta, e dal fatto che loro, e proprio loro, avrebbero potuto riscrivere la storia. Per questo dedicarono anima e corpo, giorno e notte, a questo lavoro. Naturalmente l’intera operazione rimase segreta al mondo intero, compresa la famiglia del proprietario, al punto che la moglie si iniziò vivamente a preoccupare per le notti insonni del marito, delle sue occhiaie spaventose, e dalle guance scavate da un segreto indicibile. Tutto ciò nonostante i già circolanti articoli di giornale, la cui notizia era stata segnalata da varie persone. Sul giornale così appariva: Immagine a colori, una scatola inclinata, vista dall’alto, che versa dentro una tazza una piccola cascatella di liquido nero. titolo: mai visto un latte così. Ovviamente non vennero date spiegazioni da parte della società che si rifiutò di lasciare commenti, anche quando venne presa d’assalto dai giornalisti. Avvenne a due giorni dallo scandalo, individuata la fabbrica, lo aspettarono fuori dal cancello. Vennero dopo due giorni non per pigrizia o per l’agenda troppo piena, ma per documentarsi. Investigando erano venuti a sapere di alcuni strani esperimenti che si facevano dentro quel posto, erano venuti a sapere di notizie che avevano del folle ma che venivano date per certe, delle veritiere voci di corridoio. Quando uscì venne aggredito dai flash, dai microfoni, nastri registratori, e domande a raffica “cosa dice in proposito a…” “come è possibile che… ” “ si rende conto che… ”. Ma lui nulla, non rispose. Lui si preparava, ecco cosa faceva. Preparava l’agguato. Le notti insonni non passavano così per nulla, invano. Tutto il tempo era produttivo. Mentre i suoi tecnici pensavano a decodificare quella che sembrava essere una neo pietra filosofale, lui si occupava del marchio, del design. Aveva allestito un enorme macchina finanziaria e grafica, dietro quelle occhiaie. Avrebbe venduto il petrolio in scatole del tutto simili a quelle che si usano per il latte, di colore arancione, col bordo superiore e inferiore gocciolante di nero, come fosse stato bagnato prima da una, poi dall’altra parte. In mezzo, al centro di quella striscia arancione centrale mangiata di nero ai lati vi sarebbe stato il simbolo. La Terra, alla quale immagine era attaccata penzoloni una mammella (non si sapeva se quest’ultima fosse un appendice o una sorta di parassita attaccatosi addosso e che adesso sembrava aspirare il polo sud) applicata a questa vi era uno di quei mungitori automatici, il quale procedeva con tubo culminante in quello che sembrava un distributore di benzina. In alto, sempre in nero, sarebbe stato scritto una cosa tipo carburante di vacca, o qualcosa del genere, ci doveva pensare.

Nell’ultimo periodo era diventata la sua ossessione, quella di sfruttare al massimo ciò che era accaduto, di domare questo dono. Trascurava tutto, non si fidava più di nessuno. Era smanioso. Imparò così l’arte paranoica e frustrante del sospetto. Si arrivò al punto di sospettare di sua moglie, dei suoi figli. Aveva calcolato che se avesse venduto in petrolio la stessa quantità cui adesso vendeva in latte, avrebbe guadagnato tanto da potersi permettere una piccola isola, e chissà quant’altro. Le notti passavano anche così, trascorse davanti a una calcolatrice a gozzovigliare e sbavare pensando a quanto avrebbe guadagnato. Immaginandosi voci altisonanti tipo “premio nobel per… (non sapeva ancora quello che avrebbe voluto vincere, ma l’avrebbe vinto) va a… ” e poi ripeteva il suo nome: Augusto Pereison. Poi si buttava all’indietro, sulla poltrona, e sorrideva.

Arrivò poi il giorno in cui si sarebbero fatti i conti con i risultati di tante ricerche. Si presentò la mattina presto, assieme all’equipe, tutti eccitati dalla tensione di quell’experimentum crucis. Avevano analizzato, sezionato, calcolato tutto, ed erano riusciti a riprodurre in laboratorio una nuova dose di quella sostanza. Si accertarono che l’applicazione del nuovo composto si sarebbe dovuta compiere per via respiratoria. Avrebbero usato il condotto di areazione di cui era munito quel settore famoso isolato da tutto il resto. Era proprio così, infatti, una stalla parallela alle altre pur tuttavia differente. Aveva delle pareti in alluminio, nessuno sbocco verso l’esterno, impianto di areazione (come già detto), soffitto alto con luci al neon, cibo controllatissimo e soppesato. Era fondamentale trovare le mucche in condizioni ottimali per produrre i risultati sperati. Adesso era il momento di vedere se tutti gli sforzi, le aspettative, i sogni, sarebbero stati premiati. Iniziarono a far vaporizzare il miscuglio, che venne fatto passare per l’impianto di areazione e diffuso all’interno della stanza. Le turbine bianche giravano vorticose spingendo via i fili di fumo sottili come quella volta. Girando sembrava stesse spezzando le ragnatele da qui era avvolta lanciando i lembi della sua prigionia addosso ai bovini. Loro non si mossero, e iniziarono a respirare gli strani vapori. Augusto Pereison e tutti quanti monitoravano la situazione attraverso delle telecamere installate appositamente, alcuni invece preferivano vederle attraverso il vetro. La stanza era isolata ermeticamente dal mondo esterno per la natura dell’esperimento e i suoi imprevedibili effetti. Il vapore terminò dopo poco. Avevano calcolato precisamente quanto ne avevano inalato la famosa notte, e lo avevano riproposto nella stessa quantità. Adesso toccava aspettare, aspettare che la magia facesse la replica, concedesse un bis. La notte, sarebbe dovuta trascorrere, tutta la notte e poi l’alba, il giorno dopo avrebbero acceso le macchine la stessa ora dell’altra volta, precisa, né un minuto in più né un minuto in meno: Alle sei. La notte la passarono tutti lì, insonni, fumando e giocando a carte, agitatissimi com’erano. A una certa ora ad alcuni iniziarono a tremare le mani. In quel momento le manifestazioni degli animalisti sembravano avere un’importanza marginale, ed era bellissimo. L’unica cosa che contava è che il mondo sarebbe campato abbastanza da far vedere le sei. La notte degradava verso il giorno in maniera costante, come posta su un piano inclinato, e le stelle lentamente iniziarono a togliere il loro piacevole disturbo e a fare i dovuti omaggi al giorno che entrava in servizio. Le sei non tardarono, ma si fecero attendere.

Quello che poteva essere munto fu munto. Tutto ciò che rimaneva di mesi e mesi di studi e di calcoli adesso ondeggiava spavaldo e sadico dentro il secchio di raccolta. Quello che rimaneva dei loro sogni erano litri di latte vaccino. E lo stupore si ripropose questa volta con abiti più scuri, di delusione, ma con una camminata nuova dal sapore di casuale giustizia e serietà. La fortuna, che aveva dato inizio a tutto si riproponeva finalmente nelle sue vere sembianze, nella sua forma reale: nient’altro che un aggettivo, misero, labile, col quale si va definendo una forza, non si sa di preciso quale, ma una forza, che non è ne buona ne cattiva, è indomabile, e per quanto si voglia negare, continua ad esistere. Era la stessa forza, lo stesso ordine disinteressato e senza regole che ha mescolato i vari agenti chimici, era la pozione che ha generato, era tutti quei fattori che hanno contribuito, seppure minimamente in maniera essenziale a tal punto da non poter essere più replicata, era anche le possibilità infrante di un esperimento che sarebbe dovuto, sia teoricamente che matematicamente, riuscire. Ma non esistono numeri davanti alla sorte, per quanto enormi e apparentemente insormontabili possano essere rimane un arma che ti stupisce sempre, anzi, vi dirò, è tipicamente un arma di stupore. È come un meccanismo perfetto che non si inceppa mai, il cui scopo è stupire e lo fa inceppandosi; è un paradosso.

Ci fu delusione, quindi, ma anche arrendevolezza all’assurdo. Parve a tutti, senza rimpianto, che quell’errore, il caso, si fosse ripreso con gli interessi, come per rimbalzo, le speranze che un tempo prestò e mai gli furono restituite.

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Sante aveva un sorriso

di Massimo Santamicone “Azael”

Sante aveva un sorriso.
Sante aveva un sorriso strano.
Sante andava in giro e pensava ai fatti suoi, lo vedevi ed era distratto, svagato, con quel ghigno strano; qualche volta sembrava proprio svanito. Gli amici avevano smesso di chiedergli cosa, e perché. Lo sopportavano, da lontano, come un dubbio poco pericoloso. Sante però aveva il cuore pieno zeppo di roba e non poteva dirlo a nessuno, perché era roba sua, particolare.
Prima, fino a prima, era tranquillo, ok, ogni tanto aveva una preoccupazione, un’impressione, ma stava sempre con le persone a fare cose, a parlare, cose da persone normali.
Poi, un giorno, tornando a casa, aveva trovato un biglietto, sul tavolo della cucina. Nel biglietto c’era scritto soltanto, a penna con una calligrafia brutta e sconosciuta, c’era scritto “Non torno, scusa, m’è venuta l’infelicità”.
Lì per lì aveva pensato no, no, no, qualche minuto prima e la trovavo, le parlavo. L’avrei convinta di sicuro.  Se non fossi passato dal fruttivendolo, l’avrei trovata. Ora sarebbe ancora qui, a masticare le rose secche del centrotavola, a farsi studiare la faccia, a fare le cose di prima, normali.

Sante allora per un po’ di settimane, ogni giorno, aveva provato a rifare quel giro, l’identico giro, dall’ufficio a casa, col fruttivendolo e tutto. E niente, ci impiegava sempre quella mezz’ora. Mai un minuto, un mezzominuto, uno sputo di meno. Il fruttivendolo aveva cominciato a mettere in giro voci su Sante che passava e non comprava, con l’orologio in mano e la faccia così, a orologio. Ma lui niente, passava.
Poi una volta, rientrato dal solito giro, seduto obliquo e storto sulla sedia della cucina, gli era venuta una pensata. Una cosa che prima non aveva mai nemmeno considerato: solo a tornare un minuto prima, senza fruttivendolo, allora sì la trovava in casa, forse, ma ci trovava pure l’infelicità. E l’infelicità andava pure da lui, e magari pure lui scappava. E ora chissà dov’era, in giro per il mondo con l’infelicità, lui e l’amore, a scappare da un posto all’altro, a ripararsi di notte nei sottoscale, a vedere mille occhi pericolosi, a rotolarsi nelle pozzanghere per lavarsi il dispiacere, a scacciare i cani e gli spiriti maledetti, e poi a lamentarsi di continuo, lui e l’amore, lui e l’amore, e l’infelicità. E invece no. Sante ora poteva andare in giro a pensare ai fatti suoi, e la sera tornare senza contare i minuti, facendo tardi dal fruttivendolo, dal fornaio, sulla panchina, dove voleva, in piazza Aldo Moro, nelle case delle casalinghe, dove lo sbatteva il giro. L’aveva scampata bella, Sante. Vedi a volte che ti combina un giro poco più lungo, una deviazione, un salto. Finisce che ti salva la fortuna e ti riporta a casa, ti siede a un tavolo della cucina e ti lascia lì, senza l’amore a digerirti lo stomaco, a centotrentanove solitudini in fila, a un paio di distrazioni dall’infelicità.


[Azael]

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L’incrocio

di Mitia Chiarin “Fatacarabina”

Le giuro, signor commissario, che non è come pensa lei, io quell’uomo non lo conosco.
Ah, lei sa che ci ho vissuto assieme due anni. Gliel’ha detto la vicina.
750 giorni, commissario. Abbiamo vissuto assieme due anni e venti giorni, esatti.
Ecco, io so chi è, ma quando è successa quella cosa lì, io non lo sapevo, quindi se non sapevo chi era come faceva ad esserci intenzione da parte mia? Non mi crede, lo leggo nei suoi occhi.
E del resto, in condizioni normali farei fatica a crederci pure io, se non fosse che è capitato proprio a me e quindi le posso testimoniare che è tutto vero.
Ho agito con dolo, lei dice.
Dolo è un paese vicino a casa mia, commissario. Ci volevo comprare casa, anni fa. Perché c’è il fiume. Mi viene da sorridere a sentir come lo pronuncia, commissario, Dolo, ma lei ha la faccia dura di chi ha deciso che io ho torto e vado punita.
Che mi vuole mandare in galera? Aspetti, non corra subito alla soluzione.
Le cose sono andate in modo diverso da come le vede lei, mi lasci almeno provare a raccontarglielo un’altra volta.
E stavolta lei mi deve seguire bene, con attenzione.
Non si fermi alle evidenze, vada oltre per una volta. Provi ad immaginarsela la scena di quella cosa lì.
Allora, io ero in macchina, ferma all’incrocio.
La radio trasmetteva “I’m on fire” di Bruce Springsteen. Bella canzone, vero?
Ah, a lei non piace Springsteen. Strano, è la prima persona che sento dire una cosa del genere. Comunque, dire quel che ci piace o meno non ci porta diritti in galera, per ora. Niente sarcasmo, ok.
Allora, dicevo. Ero ferma al semaforo, c’era il rosso. Poi è scattato il verde.
Ho girato l’occhio verso sinistra mentre facevo la curva per svoltare alla prima traversa a destra e allora ho visto quell’uomo passeggiare sull’altro lato del marciapiede con il suo cagnolino, al guinzaglio.
Chi era? Non lo so mica. Aveva una faccia anonima, di quelle che ti passano davanti tutti i giorni centinaia di volte e non ti provocano manco un oh di interesse. Nessun effetto, glielo posso assicurare.
Perché ho girato la faccia verso di lui, allora? Non lo so. Non riesco a darle una motivazione, è solo successo. Forse volevo vedere se la vetrina del negozio di scarpe era stata messa a posto, che la settimana prima i ladri hanno sfondato il vetro per portarsi via la cassa. L’ho letto sul giornale. Sì, deve esser stato per quello che ho girato la testa. Ma non c’è stato un pensiero a dettare il movimento, gliel’ho detto che stavo cantando. Sì, cantavo Springsteen.
Quello che a lei non piace.

Ho guardato l’uomo, poi la vetrina e niente, ho girato l’occhio verso destra e ho visto la ruota della bicicletta sulle strisce pedonali. E allora per evitare di finire contro la bicicletta, ho sterzato tutto a sinistra e il sobbalzo della ruota della macchina sul marciapiede è arrivato subito e mi ha sorpreso per la fretta che ci ha messo e non sono riuscita a frenare, il volante vibrava tutto e io non lo tenevo.
Poi ho sbattuto contro l’angolo del negozio di scarpe ed è scoppiato l’airbag. Un paio di minuti sono rimasta con gli occhi chiusi, a sentire il mio respiro, muovendo le dita dei piedi per capire se ero viva o stavo andandomene all’aldilà.
Non c’era alcun tunnel di luce ma solo nero nei miei occhi e allora li ho aperti e ho alzato la faccia dal volante e ho visto un sacco di gente che guardava dentro dal finestrino e un signore che provava ad aprire la portiera della macchina e poi ho visto quell’uomo a terra, che urlava, che si teneva la gamba e mi urlava contro che ero una bastarda. Ma glielo giuro, neanche in quel momento, l’ho riconosciuto. Non vedevo altro che la bocca aperta che potevo veder l’ugola vibrare e poi il fondo nero da cui usciva quella voce rancorosa. Nessun tunnel di luce.
E allora mi son detta che era meglio aspettare prima di scendere.

Lei continua a guardarmi con la faccia di chi non crede per niente a quello che dico, vero?
Ero dentro la macchina, mi toccavo la fronte, che era tutta sudata e fredda, e mi guardavo le gambe.
Quell’uomo invece steso sul marciapiede continuava a tenersi il ginocchio e a rotolare.
Poi è arrivata l’ambulanza, ho sentito il rumore della sirena e subito dopo era a fianco della macchina. Allora ho alzato la sicura della porta e ho fatto per scendere dalla macchina.
“Barbara sei una stronza, io ti rovino”, ha urlato quello a terra e mi son fermata lì con una gamba giù e l’altra dentro la macchina a fissare quello sconosciuto che sapeva perfettamente come mi chiamavo. E l’ho fissato, perché volevo capire come aveva fatto a dire un nome a caso, azzeccando il mio.
Ed è stato allora, che ho intuito in quel suo modo di scandire le lettere che compongono il mio nome, qualcosa di assolutamente familiare. E fastidioso.
Solo allora ho visto Paolo, l’uomo con cui ho vissuto per due anni. Son passati sette anni, commissario, non un giorno. Le persone cambiano, lui poi adesso è praticamente calvo e porta gli occhiali. Anche io sono diversa, sono dimagrita dieci chili.
È successo che mi sono dimenticata di lui. Sì. Questo le sto spiegando.
Le pare impossibile… Anche a me pare incredibile che a lei non piaccia Springsteen, dottore.

Sette anni e non mi sono mai fermata una volta a pensare alla sua faccia. Mai una volta l’ho sognata. Lui nei miei sogni, all’inizio, c’è capitato, ma non aveva mica volto. Succede. Mi sono dimenticata di lui, della sua faccia e del suo corpo.
Del resto, non ne sento assolutamente la mancanza.
Solo la voce, quel modo fastidioso di scandire il mio nome, quello che utilizzava quando doveva rimproverarmi, e le assicuro che capitava tutti i giorni, non l’ho mai dimenticato. E solo quando mi ha urlato contro, l’ho riconosciuto.
È andata così.
Non c’era giorno, in quei 750, dottore, che non partisse la critica, per qualcosa che facevo o non facevo.
Non c’era volta in quei due anni e venti giorni che ho vissuto con lui, stirandogli le camicie e preparandogli la colazione, che non mi trovasse imperfetta.
750 giorni, dottore, di recriminazioni, critiche e sfottò. Per come ero, per come volevo essere.
Li ho contati, sì, i giorni che ho passato con lui.
E quindi se ricordo, lei dice, c’è stata eccome intenzionalità da parte mia.
Potevo far a meno di sposarmi, eh? Ma guardi che l’anno che abbiamo passato da fidanzati, prima del matrimonio, Paolo mica era così. Anzitutto il mio nome lo sussurrava, ansimandomi sul collo e chiedendomi se gliene davo ancora… Poi era gentile, veniva a prendermi al lavoro. Si andava al cinema, poi in pizzeria e poi a far l’amore in Riviera del Brenta, in uno dei tanti punti poco illuminati della Statale. Lui preferiva farlo vicino alla villa La Malcontenta, che gli piaceva tanto. Mi diceva anche che un giorno me l’avrebbe comprata. E sussurrava il mio nome, baciandomi il collo, prima di aprir la portiera e lasciarmi davanti casa.
Poi, da sposati, siamo andati a vivere assieme in un appartamentino in centro. E io mi sono accorta subito che non era mica l’uomo che veniva a prendermi al lavoro, che mi trovava irresistibile e unica. Non sapevo mica chi era quell’individuo che mi trovavo attorno.
Ha cominciato a guardar tutto quello che facevo, a criticare ogni gesto. Sussurri? Manco un fiato sporco di vino. Ho resistito, gli ho dato il beneficio del dubbio; ho pensato che anche per lui, abituato a star da solo, era difficile all’inizio vivere in due.
Poi, alla fine, non ce l’ho fatta più e l’ho cancellato.
Puff, via, sette anni di pace.

Insomma, con tutta la fretta che ho avuto di dimenticare il mio ex marito dovevo andare ad incontrarlo a un incrocio, mentre sterzavo per evitare di investire un ciclista. Se è successa quella cosa lì, insomma, è solo colpa della sfortuna.
Nessun dolo, nessuna intenzione. Solo sfiga.

Rida pure, dottore. Lo sfortunato è il poveretto che ho investito.
La pensi come vuole, lei che pretende di essere capito per la sua totale mancanza di orecchio musicale, visto come mi tratta Bruce Springsteen.
Lei dice che se la passa peggio quell’uomo, con il bacino fratturato. Sicuro?
A lui basterà un gesso e un pochino di fisioterapia per riprendersi.
A me, invece, ci pensi un attimo, lei che è così certo di tutto, chi è che mi ridà due anni e venti giorni di vita?

[Le storie di Mitia]

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malasuerte

di Francesca “reloj”

[El Reloj de Arena]

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Dante era un bambino peloso

di Federico Caprari “Ranchero Caborca”

Dante era un bambino peloso. Gli altri bambini lo prendevano per il culo, lo picchiavano e lo chiamavano proprio così: bambino peloso.
Non era peloso nel senso che aveva il pelo matto sopra il labbro o un folto monosopracciglio sopra gli occhi. No, era proprio peloso, come un gatto, come un animale con la pelliccia. Era peloso nel senso che ogni parte del suo corpo, compreso l’intero volto, era completamente coperta di peli.
La mamma (che, sia detto tra parentesi, era una donna bellissima), la mamma, dicevamo, sembrava non farci caso, pareva non rendersi neppure conto delle implicazioni che questa disfunzione poteva avere per la vita di Dante. E lo chiamava affettuosamente “il mio orsetto”.
I bambini invece, chiunque può dirvelo, sanno essere molto cattivi. Siccome Dante era provvisto di pelliccia, i coetanei oltre a chiamarlo bambino peloso lo chiamavano pure “sfigato”.
Dante si interrogava spesso su quell’appellativo, sfigato, e si diceva che sì, bambino peloso lo era sicuramente, ma era proprio necessario che fosse pure sfigato?

Dante, il bambino peloso, aveva dieci anni quando conobbe Virgilio, lo conobbe su un vagone della metropolitana.
Virgilio gli si sedette accanto, e attaccò a straparlare e a fargli domande. Era davvero strano, puzzava anche, in lui c’era qualcosa che non andava, ma Dante non ne aveva paura e rimase fermo al proprio posto, dandogli corda, fino a quando non dovette scendere, e allora Virgilio lo salutò con una stretta di mano e un “in bocca al lupo”.
In quei dodici minuti di viaggio condiviso, Virgilio gli parlò di parecchie cose, spesso iniziando un discorso ma senza finirlo, gli accennò di qualcosa che aveva a che fare col Giappone, recitò una mezza poesia in francese, gli spiegò come fare la parmigiana di melanzane incantandosi sulle melanzane, gli elencò i vari ruoli nel gioco del baseball senza andare oltre la seconda base. Poi sul finire, appena prima di dagli la mano, si sentì in dovere di dirgli che era sieropositivo e un po’ fuori di testa.
Al posto degli occhi aveva due biglie completamente nere. Il volto pareva prossimo a crollare. Non a sciogliersi, badate bene, piuttosto a franare, come una montagna, e le biglie allora sarebbero volate via dai fori del cranio che le ospitavano, e si sarebbero perse rimbalzando lungo il treno.
Dante incontrò molte altre volte Virgilio. Anzi, si rese conto ben presto che Virgilio compariva su tutti i mezzi pubblici che prendeva. Saliva su metro, bus o tram, e trovava Virgilio.
Ben presto il bambino peloso si affezionò allo strambo chiacchierone, e ogni volta che voleva sentire uno dei suoi sproloqui in una delle cinque lingue che conosceva, gli bastava salire sul primo mezzo che gli capitava a tiro.
Virgilio conosceva i filosofi e i poeti, e aveva spesso in bocca questa parola, catastrofe, e diceva di averla vista in faccia, la catastrofe, e che lui doveva accettarla, perché sapeva bene che un giorno se lo sarebbe portato via.
Dante prese a riflettere su Virgilio. A suo modo, anche lui, Virgilio, era uno sfigato. Ma lo era in un modo diverso.
Dante era il bambino peloso. Era sfigato per una ragione intrinseca al suo essere al mondo con un corpo, una testa e una pelliccia.
Virgilio era sfigato per qualcosa che gli era giunto dall’esterno, lo era a causa di una serie di eventi, che il bambino peloso non conosceva esattamente, ma intuiva.
Virgilio morì pochi anni dopo il primo incontro con Dante, di tumore. Nel frattempo aveva rimediato qualche altra malattia.

Dante era un bambino molto forte, capace di sopportare qualsiasi sberleffo, soffrendo tanto, ma in estremo silenzio, ragionando e tentando di spiegare a se stesso la condizione che il destino gli aveva spietatamente affibbiato.
Arrivò a concepire questa idea: che occorreva accettare la sfiga. In fondo, essere sfigati equivaleva ad essere tagliati fuori dal mondo. E siccome il mondo, glielo aveva insegnato Virgilio, faceva schifo, essere sfigati significava essere estranei a quel mondo, e in questo doveva esserci qualcosa di buono.

Ma Dante era davvero sfigato.
Come per magia, una notte, nel frattempo il bambino peloso era cresciuto e non era più bambino, come per magia, una notte, aveva da poco compiuto i quattordici anni, tutti i tanti peli, come dire, superflui, che lo ricoprivano, caddero. La mattina si svegliò, ed era un ragazzino come tutti gli altri ragazzini. Non immaginate la felicità.
Per la prima volta lo si vide in volto per come era veramente, ed era proprio un bel ragazzo, del resto, non scordatelo, era figlio di una donna bellissima.
Dante, che come sapete era già forte, lo divenne ancora di più. Di colpo nessuno lo chiamava più sfigato. Crebbe, e crebbe bene, facendo tutte le cose che un ragazzo deve fare per crescere bene.
Non era più sfigato, era uno scomodo, come si dice dalle nostre parti.
Le ragazze e le ragazzine se lo contendevano, e sui muri della palestra gli lasciavano messaggi d’amore.
Gli anni del liceo volarono tra continue soddisfazioni. La mamma, sempre bellissima, lo adorava.
Tutti gli volevano bene, perché era bello e intelligente come non ce sono. Si iscrisse a Medicina, voleva diventare un cardiochirurgo, e un giorno lo sarebbe sicuramente stato, tutti ora lo sapevano, il più grande cardiochirurgo che ci potesse essere.

Ma Dante, come detto, era davvero sfigato.
Era una mattina ai primi di settembre, e l’ex bambino peloso aveva preso un treno prestissimo, era un lunedì, e stava tornando nella città sede della sua facoltà universitaria.
Le finestre del vagone erano tutte chiuse tranne una. Da quell’unica finestra aperta entrava un vento freddo e fastidioso che schiaffeggiava le tendine.
L’ex bambino peloso si era seduto a pochi metri da quella finestra. Era un buco, nel quale si vedeva la pianura piatta con qualche albero e qualche casa di campagna, i monti lontano, e una vaga luce che colorava il cielo di una sfumatura che non si era mai vista. L’ex bambino peloso guardò in quel buco, e ci vide la catastrofe. Ci vide proprio quella catastrofe di cui una volta gli parlava Virgilio, e si rese conto che se non si fosse spostato da dove si trovava, non si sa come ma gli sarebbe capitato qualcosa di terribile.
Iniziò a emigrare da un sedile all’altro, cinque, sei, sette volte, in preda a quella sensazione, vinto e sconfitto dalla paura. Alla fine scelse un posto ragionevolmente distante dal buco, sullo stesso lato di quell’unica finestra aperta, in modo che quasi non la vedeva neppure più, vedeva solo le tende che svolazzavano come bandiere. Si chiese se non fosse il caso di arretrare ancora, e sedersi nel posto più lontano dal buco. Si chiese se non fosse meglio cambiare addirittura scompartimento. Ma si rispose che era tutta un’assurda paranoia di cui vergognarsi, addirittura, lui che doveva diventare il più grande tra i cardiochirurghi, e non era più un bimbo peloso e sfigato. E che comunque, se metti caso ci fosse stato un qualcosa di vero in quel sinistro presagio, beh, si era distanziato sufficientemente dalla fonte del suo improvviso disagio.
Dante, l’ex bambino peloso, aveva fatto male i calcoli. Una ruota d’automobile, proveniente chissà da dove, non lo si capì mai, entrò da quell’unica finestra aperta, iniziò a rimbalzare da una parte all’altra del vagone e piombò sull’ex bambino peloso, uccidendolo.

[Barabba]

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L’insetto

di Marco “Miaotze”

– È come la storia della coccinella che porta fortuna.

– Come dici, scusa?

La bambina mostrava orgogliosa il braccialetto di margherite che stava
intrecciando.

– Diciamo che le coccinelle portano fortuna e pensiamo subito alla simpatia che suscita un piccolo insetto rosso a pallini neri. Perdiamo addirittura del tempo a contare il numero di quei pois, nell’infantile speranza che siano sette. Controlliamo in quale parte del nostro corpo si siano posate, le spalle sembrerebbero essere i posti migliori; iniziamo a contare i secondi con trepidazione, rimanendoci male se quelle volano via prima di arrivare a ventidue. Le trattiamo con delicatezza se la loro inaspettata presenza ci sorprende, come fossero un bicchiere di cristallo che abbiamo il terrore di rompere e, come uno specchio, siamo terrorizzati dall’idea spezzarle, ché sette anni di sfortuna non sono proprio una passeggiata.

– Quanti anni hai detto che hai? – Le chiese di soppiatto. La bambina non sembrava avere sentito o, almeno, non si dimostrava particolarmente interessata a rispondere.

– Abbiamo persino dato il loro nome ad un gruppo di bambine scout per sottolinearne la dolcezza e la docilità. “Eccomi” è il loro motto.

– Ah, sei qua con i tuoi amichetti! – D’un tratto sembrava tranquillizzato. – Dove sono gli altri Lupetti?

– ”Eccomi” ha detto la Vergine all’Arcangelo. In Toscana c’è chi le chiama “Marioline”.

– Ma voi scout non dovete portare sempre la divisa?

– Il rosso simboleggia i sentimenti. L’amore. La passione. – Distolse lo sguardo dalla corona di fiori e per la prima volta fissò il suo interlocutore dritto negli occhi. – Capisci cosa vuol dire?

Era completamente esterrefatto. Se quella mattina appena sveglio gli avessero detto che, mentre aspettava che il cane tornasse indietro di corsa con la pallina di gomma tra i denti, una bambina incontrata al parco avrebbe tenuto solo per lui una conferenza di antropologia intrecciando ghirlande di fiori, non ci avrebbe creduto. Comunque non fece in tempo a rispondere a quell’ultima domanda. Per l’esattezza non riuscì nemmeno a formulare nella sua testa un abbozzo di frase sensata; la bambina fu più svelta.

– Ci lasciamo guidare dall’esteriorità. La bellezza è il nostro metro di giudizio, il bello è il nostro portafortuna prediletto. – Cercò di far assumere ai suoi occhi l’espressione più profonda che riuscissero a ricreare. – Ma sai per quale ragione le coccinelle portano fortuna? – Per l’ennesima volta non seppe come contribuire a quel discorso. Si limitò a scuotere la testa. – Gli afidi.

A quel punto si era definitivamente perso. Non sapeva come controbattere, non sapeva neanche se la bambina si aspettasse che lui fosse pronto a dire qualcosa sull’argomento, qualunque cosa. Si domandava perché, tra tutta la gente presente in quel parco quella mattina (e si ricordava di averne vista molta mentre entrava, più di una volta aveva dovuto tenere il guinzaglio tirato mentre raggiungeva l’area riservata ai cani), lei avesse scelto proprio lui per fare quella conversazione. Non era molto che si era alzato, aveva gli occhi ancora assonnati. Non doveva dare un’immagine di sé particolarmente brillante. Soprattutto, un pensiero lo tormentava. “Ma che cazzo sono ‘sti afidi?”.

– Le coccinelle mangiano gli afidi. Gli afidi mangiano le rose. Se una coccinella vuole trovare un pasto veloce, deve andare dove ci sono le rose. Le rose sono il simbolo dell’amore per eccellenza. Le rose crescono perlopiù a maggio, il mese dedicato dalla tradizione alla Madonna. È tutto una grande ruota, come vedi.

Allungò lo sguardo oltre la bambina. Stava cercando una scusa per alzarsi ed andarsene. Ma dov’era finito il cane? Di solito tornava indietro immediatamente con la palla, non gli concedeva nemmeno il tempo di sfogliare la rivista che si portava da casa.

– Ed è qua che voglio arrivare. – Gli leggeva forse nella mente? – Sai chi altro si nutre d’insetti? – Dimmelo tu, bella bambina, così diamo un taglio a questo poco simpatico siparietto. – Il pipistrello. I pipistrelli ci rendono un costante servizio in termini di aiuti pratici. Mangiando quegli insetti, liberano i nostri campi da potenziali danni alle coltivazioni. Evitano persino che ci ritroviamo con troppe punture nutrendosi di zanzare. E noi come li ringraziamo?

Improvvisamente gli balenò qualcosa per la testa. Forse quel discorso stava giungendo davvero ad una conclusione.

– Immagino che non li trattiamo con il dovuto rispetto.

Per la prima volta, la bambina si prese un piccolo, impercettibile secondo di pausa per sorridere.

– Esatto. Consideriamo quegli animaletti delle bestie pericolose, dei ratti con le ali. Diffidiamo dalle loro azioni perché si muovono di notte, mettendo in scena una coreografia che non riusciamo a comprendere. Li abbiamo resi i compagni delle streghe e dei demoni, i loro servitori più fedeli. E anche quando abbiamo smesso di credere che potessero attaccarci al collo per succhiare il sangue dalle nostre giugulari, abbiamo continuato a pensare che si sarebbero attaccati ai nostri capelli per l’eternità.

– Perché il bello è il nostro portafortuna prediletto. – La interruppe citandola.

– Perché il bello è il nostro portafortuna prediletto. – Ripeté la bambina.

Rimasero in silenzio per un po’ finché lui aveva iniziato a ridere tra i baffi. Si era immaginato che la bambina proseguisse il discorso raccontandogli dei pregiudizi che investivano i gatti neri, i ragni o i gufi. Era quasi pronto a scommettere che lei, all’apice della suo ragionamento, avrebbe estratto dal cilindro proprio un ragnetto, o magari una tarantola, a dimostrazione del fatto che non aveva preconcetti di alcun tipo. Erano solo animali. La buona o la cattiva sorte non c’entrava nulla.

Stava cercando una scusa credibile per giustificare la sua ilarità, quando finalmente Bruce il cane tornò indietro con la palla di plastica tra i denti.

– L’ho capito subito che non sei uno che giudica dalle apparenze. – Disse la bambina, incurante delle risate mal soffocate del suo nuovo amico ed indicando con gli occhi Bruce il cane, un kromfohrländer dal pelo completamente nero, fatta eccezione per alcune macchie più chiare e più diradate, che cercava di saltare intorno al padrone nonostante gli mancasse una zampa posteriore.

Lui smise immediatamente di ridere.

[Piove con il sole]

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